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Di Carla Faccio
Un sogno che fa riflettere
Un sogno che fa riflettere

Il treno  che entra  veloce in stazione,  con la locomotiva dalla  grande sagoma d'acciaio  invasiva e quasi  travolgente   gli ingenui  spettatori  in una sala di proiezione parigina dei  Fratelli Lumière nel 1895,   è stato  tra i primissimi, brevi ma impressionanti, spezzoni dell'arte - allora solo nascente - del cinema: il medium alla base  di tanti sogni  di noi moderni.  

E la ferrovia,  con le sue stazioni, caselli, binari,  locomotori, vetture, ecc...,  sembra essere il valore fondante delle attività del  gruppo "Una stazione per Cologna",  da oltre un anno costituitosi in comitato civico con base a Cologna Veneta  ad opera di Mirko Rizzotto e di alcuni amici e appassionati intenzionati a non lasciare nulla di intentato per riportare in vita   la tratta Legnago- Cologna  della vecchia linea ferroviaria Ostiglia -Treviso,  inaugurata nel 1925, in funzione con alterne vicende sino al 1984 e dismessa definitivamente tre anni dopo.  Nelle loro ricerche, storiche e  funzionali,  dell'antica tratta ferroviaria,  Rizzotto e i suoi collaboratori hanno via via scoperto alcuni aspetti  sorprendenti della linea che,  partita come ramo militare servente localmente il nordest strategico,  durante  la Seconda Guerra Mondiale  travalicò con tragica fama i confini  patrii per  servire da  direttrice  alternativa al traffico di ebrei e oppositori del regime per i campi di concentramento tedeschi. Una cosa che fa stringere il cuore quella di vedere oggi riprodotte sulla stampa le foto della "traversa limite" che incanalava i treni lungo il  così detto "percorso due"  dentro la stazione di Cologna", così come del vecchio ponte ferroviario in ferro sul fiume Guà  dove quegli stessi convogli,  costretti a rallentare, favorivano il lancio, dalle fessure dei carri bestiame, di bigliettini affidati alla sorte e al buon cuore dei locali che avessero voluto farli recapitare a parenti e amici.  I membri di " Una stazione per  Cologna" non sembrano tuttavia voler richiamare in vita la  Legnago-Cologna solo per ragioni storico-affettive, pur se tanto pregnanti, ma anche per le  motivazioni pratiche e attuali di diminuire l'inquinamento da mezzi su gomma, apportare alle imprese  della zona un mezzo di trasporto più veloce ed economico rispetto agli invasivi camion  e, non ultima,  la prospettiva di raccordare  Cologna a Legnago nell'ambito della progettata metropolitana di superficie che dovrebbe collegare in modo agile e leggero  Verona con  i centri della nuova Bassa industriale  e dei servizi. Nella sua escursione dalla storia all'attualità il Comitato  si  è tuttavia  imbattuto in alcune sorprese, tra cui quella del ‘giallo' della mancanza dei documenti ufficiali che avrebbero dovuto sanzionare non solo la dismissione ma anche la scomparsa della linea, praticamente avvenuta quasi ovunque nella seconda metà degli anni '90 con l'asportazione dal tracciato di binari e traversine, lasciati tristemente ad arrugginire e marcire  qua e là per far posto ad erbacce e arbusti vari divenuti nel tempo  intrichi di sterpi e  a tratti vere foreste a galleria, regno di spinose robinie  e bisce di vario genere. Ciò con solo qualche rarissima eccezione: quella dei tratti di linea di pertinenza dei  pochi casellanti   che dopo la dismissione del traffico avevano scelto di continuare ad abitare le case cantoniere, a cui, secondo la vulgata comune,  l'amministrazione delle FS  aveva dato  il proprio assenso purché gli  interessati  si fossero assunti anche la mansione di custodire la tratta di loro competenza con la cura del buon padre di famiglia -  nel contesto  di attuare un'opera di pulizia annuale dalle erbacce e dai detriti del sedime. Un'ulteriore indagine del Comitato ha messo in evidenza come, a fronte della mancanza dei relativi decreti  ufficiali di  dismissione dei  Ministeri dei Trasporti e della Difesa, direttamente interessati, esistesse un provvedimento ufficiale del 1984 ad opera   Presidenza della Repubblica, nella persona  di Sandro Pertini, che decretava invece che la Cologna-Legnago avrebbe dovuto rimanere attiva e in regime di raccordo. Insomma, un pasticcio all'italiana, riportato dal Comitato  a Verona, come a Roma e a Bruxelles,  per cui la linea in questione  non avrebbe dovuto essere deprivata di tutte le sue infrastrutture e lasciata vandalizzare a piacere da chicchessia  negli ultimi vent'anni. Ciò indirettamente suona anche come scherno alle proposte ambientaliste di costruire una lunga pista ciclabile dove prima c'era la linea, ma anche ai progetti dei politici locali di far passare per quel tracciato, almeno parzialmente, le varianti stradali per  il decongestionamento delle trafficatissime  regionale 10 e  provinciale 500, attese con tanto fervore dagli abitanti di San Vito di Legnago e Minerbe. Insomma, per le cittadinanze della zona, questa storia ha tutta l'aria di essere l'ennesimo fatto di  scialo e mancanza di coordinazione tra enti dello stato, in cui, scarseggiando il detto esplicito,  ognuno sembra essersi mosso a piacere e, forse, in modo non del tutto disinteressato e certamente  poco curante del  bene pubblico. Per tale ragione si plaude  alle iniziative del Comitato  per realizzare quello che è stato da più parti definito il sogno di riportare in vita la Legnago-Cologna e ci si  augura che le sue mosse vadano, o servano ad andare,  oltre lo specifico della nostra realtà locale,  interessando anche la magistratura se necessario, per  arrivare ad una pubblica amministrazione rispettosa della memoria così come della realtà attuale e del benessere di tutti i cittadini onesti contribuenti che hanno diritto a delle spiegazioni e a non subire le eterne more di un modo di affrontare le opere pubbliche  farraginoso, scarsamente competente e dispendioso.

 

 

(16 ottobre 2009)