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A cura di Carla Faccio
Arriva il Natale: tra camini, slittini, tv di una volta e incertezze presenti
Arriva il Natale: tra camini, slittini, tv di una volta e incertezze presenti

L'arrivo del freddo e i prezzi non tanto abbordabili dei combustibili petroliferi sotto Natale, da qualche anno ormai nelle case modeste dalle nostre parti hanno rimesso in onore  stufe e caminetti, fonti di riscaldamento e, talvolta, di fastidiosi disagi nelle nostre cucine dei tempi della civiltà contadina, sopravvissuta sino ai primi anni '50  e tramontata nei '60. Se infatti la prima decade successiva a quella della Seconda Guerra Mondiale ancora consacrava la tradizione del Natale presso il camino, riscaldati al massimo davanti e infreddoliti sulla schiena, unitamente all'accensione di  falò esterni, la composizione di presepi  negli angoli più panoramici di casa e le ronde della Santa Notte sciamanti nel freddo e nel buio al canto di carole e strambotti,  gli anni '60 segnavano il trionfo del Natale televisivo, prevalentemente sedentario, con l'albero al posto del presepe  e i nuovi camini finti, solo decorativi e senza camera di combustione. La nostra TV incominciava allora a dare intere serie natalizie filmate di acquisto americano: cose attuali per allora, ma anche vecchie di una ventina d'anni, con inquadrature di interni lussuosi degli anni '30 e '40, dove i pini erano alti cinque metri  e le decorazioni -  a carico di ditte specializzate -  arrivavano su capienti furgoni: il tutto sullo sfondo di versioni solo un po' aggiornate dei monumentali camini Rumford, di scoperta fine-settecentesca ad opera dell'omonimo conte, per la delizia della nobiltà e dell'alta borghesia anglosassone dei suoi tempi. Certo, altro che Rumford! I nostri di allora erano in genere camini  piccoli, asfittici  e sbilenchi perché   tirati su amatorialmente alla men peggio,  accanto ai quali era inevitabile trascorrere giornate intere a sacramentare sulla puzza di fumo che impregnava i  vestiti in cucine dove bastava solo un po' di vento in più per soffocare le braci. Per non tacere  delle camere da letto con temperature polari in  cui alla sera si tentava di evitare l'assideramento con l'uso di piccoli bracieri -  ‘fogare'  -  in terraglia,  posti in strutture leggere in legno e latta -  ‘muneghe'per sollevare le lenzuola e permettere il passaggio del caldo sotto le coltri.  Se poi  si considera anche la mancanza di acqua corrente  e di servizi igienici in casa e il fatto che gli inverni di allora erano molto più freddi e nebbiosi di adesso, ci si può fare un'idea di cosa significasse  un vero ed endemico stato di crisi, in cui per i più le spese dovevano essere centellinate per non mettere in pericolo la sopravvivenza di intere famiglie, oltre che di singoli componenti.

La slitta è un altro degli oggetti tipici collegati alla storia, all'aneddotica e all'iconografia tradizionale natalizia. Venuta dal  nord la sua simbologia è stata accolta anche alle nostre latitudini che poco l'annoverano tra i comuni mezzi di trasporto e da diporto. Anche se a ben vedere essa ebbe un momento di effettiva ricaduta pratica nella nostra Bassa negli anni 1952 - '53 in cui inverni particolarmente rigidi aiutarono a creare le così dette ‘beaze',  lastroni di ghiaccio mobili lungo le rive dell'Adige, e strati persistenti  nei fossati, per la gioia di tanti ragazzi che da già provetti costruttori di velocissimi carrettini dalle tipiche  ruote di cuscini a sfera si improvvisarono allora anche falegnami, fattori con assi, pali di legno e fili di ferro di belle slitte fatte in casa, nelle varietà a singolo o a più occupanti, con moto per effetto di trascinamento dall'esterno o, molto più comunemente,  autopropulsivo a mezzo di paletti dall'estremità  a chiodo. Fu un veicolo di divertimento unico e velocissimo  per un paio di Natali o poco più: una gioia per coloro che avevano l'età e la capacità per potervi partecipare direttamente, ma anche per chi  come la scrivente, troppo piccola per entrare nel frastuono doveva accontentarsi di guardare da lontano. Si trattò di una breve parentesi, tuttavia, perché  l'addolcirsi del clima invernale  negli anni successivi avrebbe presto messo in disuso quegli  slittini, ridotti a tarlarsi e a marcire pian piano di traverso a qualche trave  nei portici delle nostre case coloniche. La nostra manualità era comunque destinata  man mano a ridursi in tempi recenti anche per l'arrivo della grande cultura, con i figli dei contadini e degli operai  che andavano alle scuole superiori e all'università  ed organizzavano i dibattiti ai cineforum locali, magnificando non di rado, il valore di grandi film del passato come "Quarto Potere" ("Citizen Kane") di Orson Welles. In quella pellicola, per esempio, uno slittino rifinito a regola d'arte nella sagoma e nelle imbottiture chiamato  ‘rosebud' - ‘bocciolo di rosa' - fa da leit motiv sino alla fine della vita paradigmatica del protagonista  Charles Foster Kane,  figlio solitario di una madre d'acciaio  diventato da adulto capo onnipotente di un impero giornalistico e  alienato e bizzoso povero ricco da vecchio. Ciò mentre anche il teatro alla fine degli anni '50 incominciava ad entrare nel vissuto della gente  comune, sia pure  attraverso il mezzo televisivo, con la trasmissione di alcune delle ultime versioni autentiche della dinastia De Filippo di "Natale in casa Cupiello", un testo iniziato a scrivere da parte di Eduardo - dicono i precisini -   addirittura nel 1931 e via via perfezionato  e attuale nella sua morale di fondo - sessanta o settanta anni fa come  oggi -  in cui c'è un protagonista ingenuo e  démodé che cerca di superare i fastidi e le angosce del suo vissuto di ogni giorno  profondendo le proprie energie nella costruzione di un presepe ch'egli vede come una specie di opera d'arte,  tra l'indifferenza del figliastro giovane e, diremmo oggi, rock, che gli riserva sino in fondo l'affronto di un avverso e dispregiativo " O presepe nun  m'o piace".

 

 

(22 dicembre 2008)