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Di Carla Faccio
Benedetto pianoforte
Benedetto pianoforte

La recente diatriba  circa l'effettivo valore pianistico del nuovo folletto della musica classica italiana, Giovanni Allevi,  se ha provocato controversie sullo specifico strumentista, ha invece contribuito in ultimo  a rialzare le quotazioni del pianoforte in Italia. Il tutto mentre Roma e Milano hanno visto gli acclamati  passaggi dei nuovi golden boys del pianismo cinese, ragazzi ventenni o poco più, seri e studiosi che, investiti come una certa percentuale di loro coetanei in patria, dalla frenesia per tutto ciò che è Occidentale,  riescono ad emergere, trascinare e innovare anche in un genere di musica, quella classica, da noi  diventato purtroppo marginale  ed elitario mentre nell'est asiatico viene coltivato in frequentatissimi futuristici conservatori e  sale da concerto.  Cosa impensabile in Cina sino a qualche lustro fa;  e anche per  noi sino agli anni '80, in cui per una nostra famiglia di modeste possibilità economiche  avere un figlio, o una figlia,  che riusciva bene al pianoforte era una benedizione da una parte e un pensiero dall'altra,  visto il costo proibitivo di esemplari anche modesti dello strumento. Ancora di più, ultimamente con la globalizzazione produttiva e commerciale,  non diversamente dai Giapponesi,  i Cinesi  dopo aver iniziato a copiare alla men peggio le marche europee e americane  tanto hanno fatto  per metterci del proprio, da essere  in grado  adesso di dire la loro e competere  con propri manufatti  non malvagi e  interessantissimi  dal punto di vista del rapporto qualità - prezzo.

Inventato, secondo la versione corrente,  da Bartolomeo Cristofori nel 1698, il piano -  in origine chiamato  gravecembalo col piano e forte -  ripreso, adattato e migliorato nell'estetica, nelle prestazioni e nelle meccaniche  in Germania e in Inghilterra nei decenni successivi,  grazie soprattutto a Mozart,  Beethoven, Schubert, Chopin, Liszt e Debussy  divenne nell'Ottocento europeo lo strumento musicale per eccellenza, conservando anche nel  Novecento una parte importante nella musica classica,  con un onorevole ingresso negli ultimi cinquant'anni, anche nel pop e rock, nelle versioni  tradizionali a coda e  verticale  o nelle ultimissime fogge  più scarne e leggere  digitali, per non parlare degli strumenti virtuali:  pacchetti software per computer  che consentono,  anche con l'uso  di modeste tastiere midi per l'entrata dei dati, di ricavare e sfruttare le sonorità di strumenti prestigiosi e carissimi con  cifre di spesa   spesso  inferiori ai mille euro.  Prodotto dell'illuminismo,  il pianoforte nasce  quindi di per sé come nuovo  e  tecnologico per il modo di produrre il suono, l'uso dei pedali e l'amplissima varietà dei toni  prodotti in corrispondenza al tipo di  tocco e  di stato d'animo  dello  strumentista. Visivamente,  tra le tanti parti di cui si compone lo strumento  fisico, la tastiera è quella  più rappresentativa del medium, con quel suo  lungo susseguirsi di ottave di tasti, volgarmente detti lunghi e bianchi per i toni  e più corti e neri per i semitoni,  in pratica di materiali, dimensioni, sfumature di colore, forma tra le più belle e  svariate a seconda dei  costruttori che da sempre sembrano essersi a bella posta  sbizzarriti per attirare prima  solo esteticamente il passante per poi nella sostanza spingerlo a mettere il dito su qualcuno di quella risma di piccoli parallelepipedi bianchi e neri facendo uscire a sorpresa suoni  a tutta prima insperati, ma misteriosi e affascinanti. . La passione per la musica pianistica nasce spesso così,  su un piano polveroso in casa di una vecchia zia o su un vecchissimo armonium lasciato aperto nell'aula di catechismo  e furtivamente azionato nel silenzio della sala dopo che gli altri  se ne sono andati tutti via, piuttosto che dopo un vero e proprio approccio  intenzionale e guidato da qualcuno che se ne intende. Successivamente non di rado la  love story immediata continua nel tempo, magari con alterne vicende, per cui  il vissuto ulteriore della persona  viene ad integrarsi nella passione per la musica, diventando non di rado motivo di felicità, serenità,  soddisfazione personale, se non proprio una ragione di vita -  come in due grandi film degli ultimi vent'anni: "Lezioni di Piano"(originale  "The Piano") di Jane Campion e " Il Pianista" ("The Pianist") di Roman Polanski. Il primo, capolavoro di una regista neozelandese abituata a lavorare in Australia ma non dimentica delle tradizioni della sua terra d'origine, oltre che essere un omaggio alle popolazioni Maori,  è un tributo anche all'Europa, alla Gran Bretagna, in modo particolare personificata dal vissuto di Ada, donna scozzese  muta e malinconica ma legatissima  ad un suo monumentale vecchio piano che esige  di portare con sé  anche all'altro capo del mondo dove suo padre l'ha destinata in moglie ad un piantatore bianco neozelandese. Il racconto filmico si dipana in una parabola  poetica che è la storia di una vita salvata  dalle bassure dell'infelicità e dell'insoddisfazione delle vuote convenzioni proprio dalla musica e da quel tal fatale piano che, pur inabissatosi nell'oceano, verso la fine rinasce dalle proprie ceneri per volontà della sua proprietaria  decisa a non farsi imbalsamare da nessuna  apparente predestinazione. Salvato letteralmente dal pianoforte e dalla sua musica è anche W³adys³aw Szpi³man (Adrien Brody) il protagonista - veramente esistito - di  " Il Pianista",  giovane strumentista di Radio Varsavia, investito in pieno, con la  sua famiglia e i  conterranei ebrei, dal  più crudele dei genocidi durante la Seconda Guerra Mondiale. Salvatosi fortunosamente dal campo di sterminio che spazza via tutti i suoi congiunti, il pianista di Polanski  congelato, affamato ed atterrito dai lanciafiamme e dai cannoneggiamenti senza pietà della ghestapo decisa, letteralmente,  a incenerire il ghetto della capitale polacca con tutti suoi abitanti, incontra il nemico nella persona di un colto ufficiale  che all'inizio lo invita a suonare con la sufficienza del padrone  finendo poi, dopo i primi superbi passi di Chopin ricavati sulla tastiera dallo spettrale reietto, per sciogliersi e riconoscere al povero antagonista  non solo grande competenza  specifica  come strumentista ma anche il possesso di un'umanità pari alla propria e degna  di essere trattata come tale. Così Szpi³man si salva e sopravvive all'olocausto: benedetto piano!

 

(16 marzo 2009)