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Di Carla Faccio
Crisi, consumismo e cultura

Sono  belle lo stesso le vetrine primaverili 2009 dei negozi dei nostri piccoli e medi centri storici: ampie, graziose, varie  e in genere ubicate in edifici restaurati, intonacati e ridipinti di fresco. Anche se, a saper ben leggere le cose tra sfondi colorati e  giochi di luce, il numero e la varietà dei capi esposti è un po' inferiore al solito. La crisi economica, e/o la paura delle sue ulteriori conseguenze, spinge i gestori  a ridurre la gamma degli articoli in esposizione ai modelli-base di smercio più sicuro. Ma se gli effetti della recente bolla speculativa borsistica sull'economia di tutti i giorni  fossero  soltanto  questi,  non ci sarebbe da lamentarsi perché ciò porrebbe rimedio in modo automatico ai tanti eccessi  produttivi e di consumo di ieri e dell'altro ieri, caratterizzati dal  debordare dell'offerta e dei costi di produzione non sempre confortati da proporzionali aumenti di venduto. E ciò non solo per prodotti high tech ma anche per cose semplici e comuni, come il classico paio di calze da sostituire e di cui dopo solo sei mesi dall'acquisto  non trovavi già più traccia nei negozi perché  il fabbricante aveva di nuovo  cambiato gamma di colori, confezione ed etichetta. Adesso di fronte ad una, sinora,  modesta riduzione delle opzioni di acquisto si scopre che i  potenziali clienti non si  orientano poi così male di fronte a un ventaglio di prodotti più ristretto ma ben configurato, per cui tagliare  i prezzi diventa più agevole,  magari in abbinata con riduzioni delle spese superflue, del lusso degli ambienti e della troppa pubblicità. Il pubblico incomincia a  comprendere che niente è dato gratis e a mirare alla bontà del prodotto in sé,  indipendentemente da superflui  incarti, fiocchi e altri involucri pure difficili da smaltire. Senza tacere della sontuosità di certi uffici professionalinon solo quelli storici affollati di segretarie, impiegate ed assistenti personali  incidenti in proporzione sui relativi onorari a carico dei clienti, ma anche quelli nuovi di zecca di  principianti che, per un  pernicioso effetto-imitazione,, freschi di università e praticantato pretendevano, almeno sino a ieri, di avviare un nuovo proprio studio in tutto simile, per ubicazione, ampiezza e qualità di arredi, a quelli dei concorrenti già affermati. Il tutto come? Grazie alla fattiva collaborazione di genitori, nonni e zii  pronti a sacrificare  anche grosse quote-parti dei loro stipendi e delle  loro  pensioni affinché l'amor loro  potesse partire, alla pari, o giù di lì,  con il top, almeno quanto a personale e suppellettili -  quasi che le capacità, il lavoro e l'impegno serio fossero  optional da mettere in secondo piano rispetto agli orpelli esteriori.  C'è poco da sorprendersi  poi se, in aggiunta, nell'ambito di una Unità Europea arricchita di nuovi stati-membri con cittadini  fruenti a pieno titolo della libera circolazione, di accesso e di opportunità in gran parte del nostro continente, è nel contempo arrivata - grazie al cielo per gli utenti - la concorrenza di professionisti niente affatto malvagi  che a solo qualche chilometro dalle nostre frontiere se non proprio nelle nostre stesse città,  offrono prestazioni professionali di tutto rispetto a prezzi ragionevoli senza perdersi nell'eccesso  di luci, filodiffusione,  aria condizionata e servi e servetti  in abito da passerella di moda dei loro corrispondenti italiani. Certo, se i consumatori nel nostro Paese,  come ci rivelano centinaia di seri confronti comparativi fatti dopo l'introduzione dell'euro, pagano tutto più caro che altrove a parità di prodotti e servizi offerti, gli stessi oggi in  presenza di una netta restrizione delle capacità di spesa  non possono far altro che aguzzare  l'ingegno per arrivare al prodotto buono a prezzo giusto, non importa se reperibile direttamente dal magazzino con imballaggio originale senza esposizioni ed abbellimenti costosi. Altro che involucro! Ora ci si  deve occupare  dei fondamentali:  mettere il lavoro produttivo al centro  dell'attenzione, imparare ad utilizzare il maggiore tempo libero scaturente dal momentaneo  rarefarsi delle opportunità di lavoro -  eventualmente dalla stessa dolorosa e umiliante  cassa integrazione -  per guardarsi meglio intorno,  ripensando ad un presente e a un futuro differenti, in cui  le capacità di  cogliere e sfruttare nuove opportunità rimangono vigili e all'erta  in un panorama  in cui, ad esempio,  mettersi  in proprio per  aprire sbocchi commerciali  nuovi  e utili non debba essere un'impresa da facoltosi capitalisti. Ciò  grazie ad una filosofia di lavoro più leggera e flessibile, mirata, ad esempio, anche all'apertura  di piccoli negozi - anche  gemelli e con entrata abbinata per motivi sinergici -  per un commercio essenziale, equo, redditizio e senza  pretenziosità. La qual cosa equivale a dire che deve migliorare la capacità di guardarsi intorno e di vendere delle persone, che  viene sì dall'intelligenza e dall'intraprendenza, ma anche dalla buona e solida cultura: quella che apre il cervello insegnandogli ad avere fiducia non solo sulle proprie risorse, ma anche in  quelle degli altri che fanno comunità nel circondario. Ciò, se ben fatto,  non peggiorerà certo l'aspetto dei nostri centri storici, ma li varierà e riqualificherà attirando naturalmente altri  clienti e, quindi,  nuovi visitatori. 

(13 maggio 2009)