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Di Emanuele Sarria

 

Il fulmine Bolt illumina il cielo di Berlino
Il fulmine Bolt illumina il cielo di Berlino

Arrivando all'Olympiastadion di Berlino, l’occhio viene subito catturato dai cinque cerchi olimpici che sovrastano l’entrata dello stadio. Questa enorme riproduzione del più famoso simbolo olimpico non ricorda solo lo spirito che dovrebbe essere alla base di ogni manifestazione sportiva, ma porta indietro con la memoria a un tempo passato che ancora rivive fra le mura dell’imponente struttura che ha ospitato i mondiali di atletica dal 15 al 23 Agosto del 2009, e che nel 2006 vide l’Italia trionfare ai mondiali di calcio.

L’anno in cui si viene rimandati è il 1936 quando venne fatta costruire la versione attuale dello stadio da Adolf Hitler per ospitare le Olimpiadi nella Berlino nazista.

Quelle dovevano essere le Olimpiadi delle Germania e del trionfo della razza ariana, invece il personaggio che quei giochi consegnarono alla leggenda fu Jesse Owens un americano dalla pelle scura che vinse quattro medaglie d’oro nell’atletica (100 metri, salto in lungo, 200 metri e 4x100 metri).

Proprio una delle vittorie di Owens creò un caso internazionale. Si dice che la medaglia d’oro nel salto in lungo, ottenuta proprio all’ultimo battendo l’atleta tedesco Luz Long, fece infuriare il Fuhrer a tal punto da fargli abbandonare lo stadio per non doversi complimentare con il poco ariano vincitore. Lo stesso Owens, però, a distanza di anni nella sua biografia smentì ciò che avevano scritto i giornali dicendo che il cancelliere tedesco, dopo la vittoria, lo salutò con un gesto della mano che lui ricambiò.

A distanza di settantatré anni da Owens e dalle sue vittorie, un altro atleta di colore, proveniente da oltre Oceano, è venuto nel vecchio continente per stupire il mondo.

Un’altra epoca rispetto a quella in cui gareggiava Owens, meno clamore mediatico a quel tempo e più difficoltà almeno apparente di essere accettati per la propria diversità, eppure sia Jesse Owens che Usain Bolt hanno scritto importanti pagine non solo dell’atletica leggera, ma di tutto lo sport.

Il 16 Agosto 2009 lo stadio, l’Olympiastadiom di Berlino, era tutto per lui. Tutti volevano vedere Bolt in azione e non solo i suoi connazionali giamaicani che riempivano con la loro allegria le tribune. Nell’aria c’era la sensazione che si stava per assistere ad una grande impresa, lo stesso Bolt l’aveva annunciata, e tutti volevano dire anch’io c’ero, anch’io ho visto quando Lightning Bolt (scarica Bolt come viene chiamato) ha divorato pista e avversari con le sue lunghe falcate.

Alle nove e mezza circa il fulmine giamaicano viene annunciato dallo speaker come il campione olimpico in carica dei 100 metri e come il detentore del record del mondo in quella distanza.

Tutto è pronto per dare vita ad uno show: da una parte il pubblico che inneggia all’impresa e dall’altra Bolt che con le sue smorfie da consumato attore del palcoscenico regala ai suoi spettatori momenti di divertimento.

Gli altri passano in secondo piano, è lui che la gente guarda ed è lui che, portandosi l’indice alla bocca, zittisce l’intero pubblico che ammutolisce per dare la giusta concentrazione al re dello sprint.

Tutto è pronto. Lo sparo della partenza rompe il silenzio che si era creato nello stadio e insieme partono gli uomini jet e le urla delle persone che accompagnano Bolt nei 100 metri più veloci della storia, corsi dal ventitreenne nuovo campione del mondo in 9”58. Più veloce di tutti, più veloce di sé stesso e del suo record del mondo precedente.

Il fulmine di Bolt illumina per meno di dieci secondi il cielo di Berlino, ma la sua gara rimarrà per sempre tra le grandi imprese dello sport.

(28 settembre 2009)