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Le Foibe e l'esodo giuliano-dalmata
il "mio" giorno del Ricordo
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Certo, non si può essere schiavi del passato né rivolgere ad esso il nostro agire e le nostre scelte quotidiane ma della memoria, specie se collettiva, bisogna conservarne la sua sacralità senza mai disperdere il suo lascito morale ed identitario.

Scrivo quest'articolo in occasione della commemorazione del "Giorno del Ricordo", istituito con legge n. 92 il 30 Marzo 2004; in memoria delle innumerevoli vittime (si parla di cifre che vanno dai 15 mila fino a toccare i 30mila morti) delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Nell'appiattimento culturale e valoriale scaturito dalla società consumistica- edonistica, il peso della Storia si fa più lieve; le date perdono il loro significato, il calendario è unicamente tracciato in una nuova gerarchia delle utilità: consuma, consuma ed ancora consuma. Il sapere, l'affiliazione con la propria terra e la genuina, quanto gelosa, custodia del surplus valoriale ed identitario, vengono sbranati e sacrificati come le domeniche ai centri commerciali e come quella pigrizia che ci rimbambisce il "di di festa". Ritengo, invece, che sia basilare per una collettività, ricordare e poggiarsi su quelle colonne portanti che, nei momenti più drammatici come in quelli più salvifici, hanno condizionato irrimediabilmente il destino umano e spirituale di una nazione. Possibile che l'epopea delle costituzioni e dei diritti non sia così arcigna nel difendere il "Diritto alla memoria" e al rispetto alla terra dei propri antenati?

Certo, è un modesto, quasi irrispettoso, tributo quello riservato al "consumo delle memorie": il gioco di ruolo, inscenato dalla società turbo-capitalistica che, per un istante (specie nei momenti focali), utilizza la maschera del compianto al solo fine di barattare "anima e cuore" della mercanzia esposta. La commemorazione ed il rispetto del proprio passato deve andare ben oltre a queste tragicomiche Colonne d'Eracle. L'orrenda società che dai "fantastici" anni '60 (quelli di Marilyn, di Kennedy, della Televisione e del consumo di massa) ci massacra, con il suo relativismo e il suo menefreghismo storico,  conscia della sua anoressia identitaria, ha ideato il più malefico dei circhi: il "super market emozionale". Obiettivo del "mercato dei sentimenti" è procurare una sensazione di dolore, gioia, felicità, eccitazione, o tragedia a seconda del momento che si sta commemorando; poi si getta la maschera, il sipario cala e si ritorna ad indossare le sole vesti che si addicono a questo costrutto sociale: quella degli spietati consumatori.

La società tecnicizzata ( e tecnocratica) non poggia sul nulla, dunque, conscia della sua frugalità esistenziale, si cela come realtà umana, sensibile e pensante per un istante ma rimane fortemente radicata nella sua spietatezza ed ancestralità umanoide. Occorre uscire da questa assuefatta realtà, e ripensare ad un modello di società relazionale, emotiva, culturale, identitaria, paternalistica. Il mio ricordo del 10 Febbraio (come altre date che hanno destato sul nostro essere italiani), deve andare oltre ad un limitato arco temporale di 24 ore; la relazione, l'amore, il rapporto con la nostra cultura italiana deve essere vissuto teologicamente tutto l'anno. Non appiattiamoci su un "riciclaggio culturale", l'ultima frontiera del supermercato edonistico; emancipiamo il nostro agire in direzione di una cultura, di un "addestramento" mentale e spirituale che possa, davvero, poggiare su solidissime basi.

La nostra cultura, la nostra Patria, l'identità corale che ci hanno lasciato i nostri antenati rappresentano la fortuna più grande che abbiamo. Non disperdiamo questo Eldorado negli sconti famiglia e nelle carte di credito, nuovi regolatori sociali e del tempo presenti. Il nostro sentirci Italiani, l'armonioso rispetto del nostro passato (glorioso e tragico), deve rappresentare l'ossatura della nostra esistenza; il tempo e lo spazio sono infiniti e ripetibili; la nostra essenza (composta da valori e ideali), invece, è finita, unica ed eccezionale. Ricordiamo, quindi, questo 10 Febbraio non solo nella seconda settimana di Febbraio e stringiamoci il petto quanto sentiamo parlare della terra che ci ospita: perchè è una terra bella, feconda di idee, valori, sensazioni, profumi, gusti, tradizioni, uomini, tragedie, vittorie che hanno fatto da faro (non da giornata da sconto) per innumerevoli popoli, nazioni, epoche. Siamo fieri di essere Italiani, oggi, domani, sempre!

Paolo Cecco

(10 febbraio 2012)