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Entrambe in evidenza nella musica e nella storia

 

Venezia-Vienna: che Capodanno!
Venezia-Vienna: che Capodanno!

 

Devo anche stavolta l'ispirazione per l'articolo di questo numero all'amico Gianni Galetto che, rimasto folgorato dal fascino dei due concerti di Capodanno, quello della Fenice di Venezia interamente dedicato a Verdi, e quello del Musikverein di Vienna,  mi ha chiesto di buttare giù qualche considerazione di ordine generale sulle due straordinarie città protagoniste di ogni inizio d'anno, Vienna appunto e Venezia, e sui loro rapporti nella storia.

Ho accolto il suggerimento, anche perché amo moltissimo ovviamente Venezia, in quanto matrice comune e insieme figlia dei veneti tutti, e Vienna che, oltre ad essere legata a una serie di bellissimi ricordi personali, mi ha sempre affascinato perché, nonostante sia uno dei maggiori concentrati di cultura della Vecchia Europa, non ha perduto in nulla la sua dimensione umana e naturale. Non è molto frequente neanche da noi infatti che, scendendo al capolinea del tram a pochi minuti dal centro, ci si ritrovi in mezzo non alla campagna, ma addirittura a una foresta. Una città dove assieme al verde si respira l'arte, ed anche la musica, la letteratura, la storia, e in questo indubbiamente somiglia moltissimo a Venezia.

Eppure, malgrado queste analogie, su un piano storico, l'Impero d'Austria e la Serenissima rappresentano idealmente due poli opposti di modello politico-sociale: se Venezia è il trionfo di una borghesia orgogliosa di sé e delle sue origini mercantili anche quando si trasforma in oligarchia politica, l'Austria è il simbolo stesso dell'aristocrazia tradizionale eretta a sistema di governo e di vita, e tale rimane sino alla fine della sua secolare parabola, anche quando, all'inizio del Novecento, deve suo malgrado adattarsi al liberalismo, alla rappresentanza popolare, alla civiltà di massa.

In comune, tra viennesi e veneziani, c'era anche un'altra cosa: la disponibilità ad aprirsi agli stranieri, ai "foresti"; naturalmente, quelli desiderabili e disponibili a integrarsi. Aveva ragione il Cancelliere Metternich a dire che chiunque arrivasse a Vienna era considerato per quello che valeva e non per la sua origine: lui stesso ne era l'esempio, così come il musicista Salieri che dalla natia Legnago si trasferì a quattordici anni a Venezia, per passare poco dopo a Vienna dove fece la splendida carriera che tutti conosciamo, o il suo amico poeta e librettista Metastasio, il generale Eugenio di Savoia e infiniti altri italiani che si accasarono all'ombra della Hofburg. E allo stesso modo, la città di San Marco - ricordiamo che lo stesso evangelista, o almeno il suo corpo, era "profugo" da Alessandria - accoglieva a braccia aperte lo scienziato toscano Galilei, il pittore greco Theotokopulos, detto appunto El Greco, il generale tedesco Schulenburg, eroico difensore di Corfù. E se per le calli, si intrecciavano assieme al veneto il greco, l'italiano, il turco, l'armeno, entro la cerchia del Ring viennese risuonavano il tedesco, l'ungherese, lo slavo, lo yiddish, e non dimentichiamo che anche l'italiano fu per lungo tempo lingua di cultura e lingua di corte.

Venezia e Vienna furono città entrambe di divertimenti privati e di grandiosi spettacoli pubblici, non a caso innamorate del teatro e dei concerti, luoghi dove trionfava la gioia di vivere tra gli alberi del Prater o sulle colline di Grinzing, come al Carnevale di Venezia, imperi cristiani e cattolici, con tutta la sacralità del rito e la vetustà delle tradizioni. Vienna e Venezia, due modi diversi di essere capitali di un impero: terrestre quello austriaco, con solo la preziosa perla adriatica, Trieste, ad affacciarsi sul mare, marittimo quello veneto; l'uno fatto di sterminate pianure come la Puszta ungherese, l'altro di un pulviscolo di cittadine portuali, piccole basi, fortezze imprendibili abbarbicate sulle rocce, rade nascoste dove una nave inseguita dai pirati poteva trovare rifugio.

Due imperi travolti infine dalla guerra.

Già, la guerra. L'orgia dei nazionalismi uccise l'idea dell'Impero asburgico, prima ancora che lo sventurato Carlo, il santo Imperatore, fosse costretto ad abbandonare il trono avito, così come i "Lumi della Regione" imposti da Napoleone a un popolo riluttante fecero deporre il corno dogale all'infelice Ludovico Manin.

L'amore per Vienna e Venezia è stato uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere il romanzo Sotto l'Aquila bicipite, in cui cercavo di contemperare l'affetto per queste due città che, nel biennio 1848-49, si affrontarono in uno scontro mortale. La nostra educazione scolastica risorgimentale ci rimanda immediatamente all'orgoglioso e disperato proclama di Manin: "Venezia resisterà all'Austriaco ad ogni costo", alla celebre poesia di Arnaldo Fusinato, al film "Senso" di Visconti, ai fratelli Bandiera, ma pochi ricordano che proprio loro erano figli di un ammiraglio veneto della flotta austriaca, e che sotto la bandiera imperiale quei ragazzi avevano compiuto imprese di notevole valore. E che l'Imperatore Francesco, dopo Campoformido, volle farsi ritrarre nelle monete venete con gli abiti di un antico doge.

Venezia e Vienna, Vivaldi e Mozart (che peraltro era di Salisburgo), ma se vogliamo anche Verdi e Wagner, richiamati nel concerto di Capodanno, di cui si celebra il bicentenario della nascita.

Concludendo: uno dei vantaggi dell'essere europei in un tempo in cui è così difficile trovarci qualcosa di buono, è che non siamo più obbligati a scegliere: musica, storia, personaggi, tutti figli di un'unica grande patria, tutti ugualmente "nostri".

Finché dura... 

Alberto Costantini

    

 

(10 gennaio 2013)