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Mostra di Pittura e Scultura nella Sala Consiliare del Comune

A CASALEONE “Ponti di Pace” – Incontro tra Culture
A CASALEONE  “Ponti di Pace” – Incontro tra Culture

 

Nel panorama di eventi della "Primavera Letteraria" (quest'anno alla sua 4° edizione), il Sindaco Andrea Gennari, l'Assessore Cultura Pari Opportunità e Tempo Libero Monica Fazioni, il collezionista Davide Lodi, hanno accolto un evento di straordinaria importanza: la Mostra di Pittura e Scultura "Ponti di Pace". Filo conduttore, sia nell'intervento delle autorità presenti, sia nella presentazione critica, "l'irrinunciabile necessità d'incontro tra culture artistiche a matrice diversa, rivolte al pacifico confronto, tramite una feconda rete progettuale che arricchisca il patrimonio di ognuno nella reciproca conoscenza ..". Perché l'Arte, nella sua più ampia accezione e fruibilità, possa superare le barriere dei particolarismi e continuare a diffondere un messaggio culturale di fratellanza tra i popoli della Terra.

Esposte venticinque opere di quattro artisti di fama internazionale - Ali Hassoun; Abdallah Khaled; Raimondo Lorenzetti; Tobia Ravà -: viaggio nell'interiorità di uomini, luoghi, miti...

 Ali Hassoun. L'incedere a-temporale in un grande documentario di poesia visiva, nell'arte di Hassoun, inizia dall'iconografia di fondali architettonici e pittorici (riflessi in luminosità perlescente mauve e grigio) trattati ad affresco, attingendo sia ai preziosi calligrafismi dei cartigli coranici, sia alla lezione dei grandi Maestri del passato, giungendo all'iconico metafisico di de Chirico e all'onirismo languente di Salvator Dalì. In questa spazialità di grande respiro prospettico, si collocano protagonisti sconosciuti o famosi (un pensoso Gheddafi, presago della fine del suo regno, sullo sfondo del congedo suggellato dal "Canto d'amore" de Chirichiano), eredi di un'umanità consapevole del proprio destino, in un pregnante crescendo...

          Lo scandaglio fisiognomico diviene modellato scultoreo nelle anatomie e nelle vesti e punta il riflettore sulla travolgente espressività di uomini e donne, l'humanitas-archetipo di un messaggio inconscio in quella visione dall'enorme potenziale che vive e cresce, mutando la rassegnazione in auto-affermazione e inglobando i sogni dal presente al futuro. Esplode la storia, mille le storie suggerite da questo caleidoscopico sovrapporsi, venendoci incontro, scendendo dalle grandi tele e illustrando, con iperrealistica composta maestria, squarci di vita diversi per ambientazione ma solo apparentemente antitetici alla voce della cultura occidentale..

 Il merito di Hassoun sta nell'avere reso gli stilemi di un'arte ‘lontana', dagli intenti e dal cuore, ineluttabilmente vicina e, nel quotidiano, tangibile - il dolente carico della barca dei migranti, il vecchio in turbante, accovacciato con la mano inanellata sul bastone, con lo sguardo vivido e penetrante nel volto rugoso e bruciato dal sole -... Ma non solo.

 Da un triennio, la ricerca dell'artista si allaccia alla rivalutazione culturale del fermento ‘pop', vero punto di giunzione con l'arte contemporanea, colmando il vuoto del post Schifano. Hassoun esalta, in questa sua ultima produzione, un'evoluzione serigrafica, grazie al cromatismo cangiante di una magnifica serialità multi sfaccettata, a risonante impatto massivo, che si oppone, in ironico dibattito, all'idea immobilista del persistente conservatorismo radicato in una certa fascia del mondo arabo. Con il fine di " far convergere opinioni contrastanti, in un rispettoso duraturo confronto comune, per sondare appieno la possibilità del superamento".

 Il tema dell'emancipazione femminile resta il monito irrinunciabile, nell'opera - manifesto "Arab Spring" - sullo sfondo, un'affiche quadripartita, serialità a diverso colore (Wahrol), con effigi maschili ben individuabili nei simboli di potere, ma volutamente faceless. Una cornice di silenzioso assenso alla nuova ventata di libertà sociale della vera stagione dei gelsomini, incarnata da due sinuose icone muliebri - l'una non stacca sguardo e dita dal cellulare ma indossa il chadòr e il lungo abito imposto dalla tradizione (che a malapena nasconde gli ‘scandalosi' blue-jeans); l' altra, nuova icona di bellezza metropolitana - i lunghi capelli sciolti, mini abito, occhiali e borsa griffata, camminano verso un paritario traguardo.

 Proprio per questo, il profondo senso etico di Ali Hassoun oltrepassa gli scenari politici e sociali, aprendo ad una quinta mobile di libertà. Oltre l'orizzonte...

 

Abdallah Khaled. Nuova frontiera di un illimitato ‘senza confini' affidato alla fantasia e alla spontaneità, dove lo scaturire dell'elemento segnico - come nelle incisioni rupestri o nella librarsi informale di Emilio Vedova - è potente presenza ‘gravitazionale' ed apre ad una semantica poetica in grande libertà. Rivolta alla scoperta dell'altrove.

 Nell'opera di Khaled, uno sciorinare simbolico, come nelle migliaia di nodi in un antico tappeto tessuto a telaio, segna le tappe di un viaggio di pace interiore, inteso dalla fonte all'approdo.

Un monito all'umanità, riflesso nello specchio dell'immaginifico, che informa un percorso reale intessuto di radici, valori ancestrali e tradizioni, tramandate da quanti, nel corso dei secoli, calcarono e continuano a calcare le stesse rotte.

 Forse per questo, le colture africane del Mediterraneo offrono l'eredità misterica di simboli e epifanie cromatiche desunte dai quattro elementi: il cobalto delle profondità marine e il blu nero dei graffiti, il bruno delle rocce dell'Atlante e l'ocra del ‘miraggio' deserto, il rosso del fuoco, il verde in infinite sfumature e quel tocco onirico nel viola o nel rosa cangiante che raccoglie la stupefacente bellezza di albe e tramonti.

 E così, in queste tele quasi opalescenti, l'affabulazione è Storia: aprendo i sigilli dello scrigno di desidèri silenziosi, affidati al Tempo, e scaturiti intatti dalle profondità dell'inconscio collettivo. L'eco ‘fuori campo' di una sequenza infinita, nel ricordo, in soste intrise di carezzevole nostalgia lungo luoghi millenari, riti ed usanze, sapori e profumi nella vita comunitaria. L'idea del clan, velata in un'orbita onirica, è l' anima del villaggio che raccoglie e rimanda brusii e fragranze del suk assolato e il riposo nel silenzio cristallino della notte.

 

Raimondo Lorenzetti. Molto intensa e portatrice di un'inalienabile, sartriana, ansia di comunicazione, la produzione artistica del grandissimo artista casaleonese ( e uomo altrettanto schivo) perfeziona un sondaggio lacerante sull'agire. Senza scelte di appartenenza se non a sé stesso e aprendo lo scenario sul tragico ingranaggio del destino umano, fitto di riferimenti archetipi (il più trattato, la Famiglia) che si impossessano dello spazio tramite un' inconfondibile gestualità compositiva, dettata da quel sentire atavico, acuminato e dolente, affiorante dai moti più riposti dell'inconscio. E' questo il capo d'accusa dell'inesauribile riproporsi del nostro procedere, dove le esperienze non affrontate appieno o le sensazioni così sovente taciute, riaffiorano ancor più prepotenti. 

   Lorenzetti, collocando nella nicchia della interiorizzazione i suoi personaggi immaginari - le sembianze statuarie, in pose avulse da qualsiasi logica gravitazionale (in balzare ottico rispondente ad uno ‘speculum veritatis' di taglio provocante e personalissimo), e l'espressività attonita di sguardi disincantati ed immoti, ci consegna la sintesi di un'ossessione popolata di visioni e simboli, di quell'inganno di idòla crudeli ed indifferenti, contro cui si ritorce spasmodico il miraggio di una redenzione, forse non appieno perseguita. L'onirico e l'ingannevole trovano una loro dimensione di pregnante, metafisica verità - e si incarnano in personaggi e creature all'origine mostruose, ipnotizzanti - divenendo simboli-guida: quelle ombre fluttuanti e ‘diversamente' scomode di un incerto quotidiano da cui distogliere lo sguardo.

 Sortilegio, nevrosi inquietante, in una umanità perfettamente iconica della nostra mal vocata nevrosi esistenziale.

 In questa Mostra, il tema scelto da Lorenzetti si discosta dalla fantasia, relegandola sardonicamente nell'enfasi che scuote l'anima e sollecita una decisa presa di coscienza. Sono quattro opere di medio formato che offrono lo spunto di una monitoria provocazione critica: una piccola galleria del manifesto che riedita personaggi e soltanto un tema, ne - L'uomo che opprime - , delle grandi ammalianti tele surreal-metafisiche, ma colloca situazioni e personaggi in chiosa serrata, senza sfondi architettonici o fantasie di nuvole..

 Non esiste cielo ma solo uno sfondo neutro, metafora di uno stagnante limbico non equilibrio, dove Lorenzetti lancia strali contro la mercificazione dell'arte e il nichilismo imperante. Il leit-motiv tra gli avidi galleristi plaudenti e servili, di fronte ad autori inconsistenti nel riproporre alacremente quel massivo stampo di stereotipi che nulla sanno di vera ricerca ed ispirazione. Il gallerista, spesso reo-confesso, sposa l'artificioso consumismo, la responsabilità del dettare mode, di originare la fortuna di una corrente o di un autore, cancellando l'effettivo valore della tecnica.

 Lorenzetti inneggia ironicamente a Fontana e Cattelan - Come capire l'arte contemporanea. L'intellettuale -, Omar Galliani - Le Gemelle, icone di speculare non identità, avvinte e incatenate a vita da doppio lucchetto - a Piero Manzoni - L'arte contemporanea è morta -, dissacrante prolusione di un'arte-che-non-c'è, in un mondo alla rovescia.

 À la revanche, infine! Tra pessimismo kafkiano e quella mancata levitazione che ha uccisa la speranza di spiritualità nuova.

 

 Tobia Ravà. Molto si è scritto e si continuerà a scrivere di questo artifex multimediale straordinariamente poliedrico e mai pago di approfondire la sperimentazione a nuovi accessi d'indagine lungo un percorso a radice millenaria. 

 Fu Umberto Eco ad iniziare Ravà allo studio della Qabballah Luriana (Qabballah, tesoro di tradizione e ricezione) "per una nuova lettura in chiave etica dell'agire nel mondo contemporaneo".

 E l'artista ne sposa la forma intensiva (Qabballah pratica) introducendone ai profani i tre cosmogenici passaggi - simbolo - Tzimtzum (il Big Bang, quel vuoto creativo nel rapprendersi esterno di D-o, per consentire un'altra creazione "che è parte di sé, ma fuori da sé") ); Shevirà (la rottura dei Vasi della conoscenza, con le particelle - qelipòt - che, sparse ovunque nell'universo, danno solo conoscenza apparente); infine, il vero scopo dell'umanità, il tentare di raggiungere il terzo livello percettivo, la Vera Conoscenza - aurea apprehensio - tramite la sacralità iniziatica propria del Tikkùn (per la possibilità data all'uomo di raccogliere le scintille, elevando il mondo ad un livello superiore, nell'aprirsi alla fase messianica della fratellanza con D-o).

 Inoltre, dall' infinito sapere cabalistico, Ravà desume la tecnica de - codificante della Gematryà, lettura incrociata costruita su piani di lettura diversi. Quattro le fasi di approccio ‘ per gradus' ( Peshat, letterale; Remez, allusivo-deduttivo; Darash, l'esposizione induttiva; Sod, la chiave segreta). Le iniziali delle quattro fasi di lettura danno origine a PaRDeS, quel paradiso "culla dei saperi misterici". Gematryà , nel segno affascinante e prolifico di un' arte grafico-pittorica di magmatico impatto, che consente di portare alla luce (nel parallelismo già affermato da Pitagora) le segrete equivalenze tra lettere dell'alfabeto ebraico e il loro corrispondente valore numerico. Ciò avviene nei due primi passaggi della Cosmogenesi Cabalistica Luriana - Tzimtzum e Shevirà - . "il mondo è costruito con la parola e il mio interesse è de-costruirlo, analizzandoloattraverso il numero corrispondente"...

 Tramite il continuum, la memoria sincronica che vivifica le esperienze passate nel tempo presente, scorre l'inarrestabile scoperta dell'artista: sensus animi di quella contemplazione mistica, profusa dal "concettualismo estetico" che in-forma l'Etica, liberando un fremito subliminale volgente dall'eterno al deduttivo ( e viceversa), nel segno di una profonda consapevolezza semiotica.

 Un'arte figurativo-astratta, vero e proprio codice genetico, dove il soggetto viene otticamente fagocitato e restituito in ideali cubi prospettici -"mattoni fondamentali delle mie costruzioni" - o gabbie di linee colorate, che annullano il limite ottico della cornice, dissipando la profondità di campo tra soggetto figurato e sfondo. Coreografia fluttuante in uno spazio infinito dove viene interdetta la visione, creando un labirintico miraggio di cromatismi iniziatici che sottendono ambivalenze sia oniriche, sia ludiche o sensuali.

 La poesia visiva di Ravà rende obsoleto alla mente ed al cuore quel canone estetico dell'arte cui siamo avvezzi (per formazione o consuetudine, classicamente inteso) - che relega il tema figurato ad una mera summa contemplativa, fine a sé medesima - .

 Tutto, in quegli scenari di magica ironica compiaciuta paradisiaca affabulazione, viene nettamente sovvertito, dando spazio astratto ad un fluire continuo ed armonioso, a quella profusione panteista ( secondo la perfetta sim-biosi spinoziana tra D-o e Natura, Hatevà / Natura, ed Eloìm / D-o, sono ugualmente rappresentati dal numero 86 ) esaltante la sinossi numerico-alfabetica, nell'aprire alla visione architettonica di scorci veneziani metafisici o antiche ville e silenziosi palazzi, e tras-mutandola in quei pioppeti piantumati (simbolo della perfezione iniziatica del Tikkùn).

 In quel riflettersi, il riverbero luminoso inonda le avite rive fluviali ed apre a fughe prospettiche ‘ad imbuto', consentendo allo spettatore di accedere alla quarta dimensione "specchiandosi ed entrando visivamente nell'opera", secondo un artificio caro ai grandi maestri del passato.

 La vastissima produzione di Tobia Ravà - pittura scultura grandi istallazioni interior-design e lightbox , oltre che teatro - ammalia e stupisce, intrigando il fruitore incapace di distogliere mente e sguardo, e guidandolo, passo dopo passo, a cogliere, nella ratio, la radice psicanalitica: in quel libero volo, nella forza emotiva di un divenire continuo e su sé stesso ri-volgente. Un monito d'infinito che inneggia al viaggio interiore, al ricordo di epifanie architettoniche e simboli sacri, mai volutamente concluso. Metafora di un ricercare nel tempo e nello spazio la sacralità dell' ineffabile - indicibile, contro le fallaci certezze del quotidiano.

 Caterina Berardi

 

(01 maggio 2016)