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di Roberto Tirapelle
Cinema: Ipazia e lady Marian, due eroine, tra storia e leggenda
Cinema: Ipazia e lady Marian, due eroine, tra storia e leggenda

Due donne emblematiche, icone dell'amore del sapere e della dedizione. Sono, rispettivamente, Ipazia d'Alessandria e lady Marian. L'una, appassionata astronoma, vestale del sogno della ragione contro l'imperversare del fanatismo religioso della prima era cristiana; l'altra, fedele custode dei valori cavallereschi, mitigati dalla condivisione con l'amato per la sete di giustizia verso gli oppressi. In entrambe le opere che porremo a confronto, il fulcro, attraverso la protagonista, indica l'incedere, subdolo, del potere, un continuo sentore legato all'ignoranza che annulla dialogo e possibilità di confronto, ed informa due mondi antitetici per epoca, tradizioni culturali e religiose, costumi...

AGORA' (Mikado, 2009, h.2'07) di Alejandro Almenàbar, con Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac. Anzitutto l'Egitto del III secolo d.C., con i suoi magici scenari, solenne ed assolato, e quell'Alessandria - l'Agorà, già fulcro della grandezza ateniese - rappresenta la piazza porticata, tra edifici civili e di culto, dove campeggia la culla della conoscenza: la biblioteca più famosa del mondo, depositaria di migliaia di antichissimi scritti su tutte le arti e le discipline del patrimonio culturale della classicità. Ipazia tiene col padre, di cui è stata la prima discepola per la scienza della volta celeste, una scuola frequentata da giovani di diverso grado sociale, provenienza e religione. Gli allievi, uomini liberi, appartenenti a ricche famiglie, liberti o, addirittura, schiavi, sono pagani, ebrei, cristiani ma rivolti ad una comune finalità: apprendere e condividere il tesoro della conoscenza. Così l'astronomia diviene simbiotica con le leggi fisiche, la matematica con la filosofia, la filosofia con la letteratura...Ma quel clima di massima tolleranza verrà a cadere, aprendo con il crudele vescovo Cirillo e i suoi alfieri, i parabolani, all'età sanguinosa dei soprusi, degli insani divieti, della sopraffazione. Infine, a quella persecuzione in nome della fede che porterà all'annientamento del corpo, della mente...Magnifica l'interpretazione di Rachel Weisz, per un ritratto di donna moderna, persino nel Terzo Millennio, sorretta dalla fede dei propri ideali. Che Almenàbar, ispiratosi alla splendida opera di Pasolini dedicata a Matteo, non esita a definire "evangelici".

 

ROBIN HOOD (Gladiator at Sherwood, Universal Pictures, 2010, h.131') di Ridley Scott, con Russell Crowe, Cate Blanchett, William Hurt, Oscar Isaac, Max von Sydow. Nel villaggio di Nottingham, la vedova lady Marian accudisce il fragile suocero, sir Walter Lowley, e provvede al sostentamento della famiglia. Una donna forte e decisa, d'animo gentile ed altruista, che non esita a tirare con l'arco frecce incendiarie e a lasciarsi vincere dall'amore. Cate Blanchett, ugualmente interprete teatrale di successo, bella ed espressiva proprio in virtù dei suoi 41 anni, incarna fattivamente come Ipazia l'eroina moderna, contro il retaggio letterario che relegava il cliché della dama del prode ad un simbolo stilnovista o comunque cristallizzato. Una coppia vincente, dal feeling profondo, Blanchett e Crowe, nati nello spazio infinito di Nuova Zelanda ed Australia, si proiettano senza ombre nell'orizzonte circoscritto dell'antica, conservatrice Inghilterra. Questo varo a Cannes (63.ma edizione improntata a sobria austerità), buca lo schermo con la storia tutta di un gladiatore, impegnato con la sua 'domina' contro povertà ed ingiustizia...Da allora e per tutti noi, il riproporsi di una metafora significativa. Tra privilegio e diritto reale, il processo creativo di Ridley

Scott (nomen omen...), a sua volta padre e fratello in una famiglia votata al cinema e al teatro, ha inteso quale bersaglio la triste verità dei nostri giorni.

(27 giugno 2010)