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A cura di Silvia Zanardi
Terra Santa: viaggio al cuore della Storia
Terra Santa: viaggio al cuore della Storia

Sarà la memoria a dipingerne il deserto e le città, a farne sentire ancora il calore, a custodirne i colori, i volti, gli scorci. La Terra Santa non si mette in posa per una cartolina. Anche al più scrupoloso degli obiettivi ne sfuggirebbe l'essenza. E se di essenza si intende parlare, è con grande rammarico che il sensibile viaggiatore affiderà l'immagine di questo altero cuore pulsante alle pieghe della perplessità.
Dalla contemplazione di una pietra alle rughe di un anziano, dalle bellezze naturali all'odore acre delle strade. I pellegrini calpestano le tappe percorse dal Salvatore. La nascita a Betlemme; la vita a Nazareth e Cafarnao; la serenità del figlio di Dio alle sorgenti del Giordano; i dubbi dell'uomo sul monte Tabor. E infine la discesa a Gerusalemme, la morte e la risurrezione. Oggi sono solo riferimenti, reali o presunti, per la maggior parte racchiusi entro le mura di una chiesa. E le file interminabili di fedeli che, con pazienza, attendono il loro turno per toccare la roccia del calvario o per visitare il Santo Sepolcro fanno pensare. Come stupiscono le processioni delle varie confessioni cristiane che si susseguono, una dopo l'altra, all'interno della medesima struttura. Non c'è dubbio, il cuore del Cristianesimo è qui, ma appena varcate le soglie dei luoghi sacri, venditori di tutte le età si inginocchiano per guadagnare qualche spicciolo con un rosario, una cartolina o crocifissi di ogni sorta e colore. Il cammino della croce è un mercato ricco di affascinanti prodotti della zona e i negozianti, per lo più arabi, si rivolgono ai turisti in un inglese impeccabile. Fra i banchi di queste strade, anguste ma avvolgenti, il pathos spirituale a fatica fa faville. Sarà per colpa del potere fagocitante della realtà che, con forza, spinge oltre la corsa al "feticcio".
Dal Monte degli Ulivi si contempla il panorama di Gerusalemme. La cupola della moschea, che emerge dalla spianata del Tempio, risalta con il suo oro sull'ammasso di case bianche e cubiche sparse qua e là. Due ragazzini raccolgono sacchi di rifiuti abbandonati lungo la strada, volgendo di tanto in tanto lo sguardo a questo irregolare mosaico architettonico. Da  culla di storia a piattaforma di conflitto, la città storica è divisa in quartieri: ebraico, cristiano, musulmano e armeno. Diversi nella cultura, e nella forma. Seduto sui gradini di una casa, un anziano appoggia la testa sul suo bastone. Risponde al canto del "muezzin", che risuona per tutta la città: è uno dei cinque richiami giornalieri alla preghiera per Allah. Poco più in là, un rabbino frettoloso si aggira ad occhi chiusi avvolto nel suo lungo soprabito nero. Deve allontanarsi dalle folle, evita il contatto con persone e pareti. E' d'obbligo, dopo la purificazione rituale. Mescolamento, eppure divisione. E se qui bastano pochi metri per assistere ad un cambio di scena da quartiere a quartiere, qualche passo più avanti un muro fa sì che un altro spettacolo ne rimanga del tutto escluso, lontano, dimenticato.
 Betlemme è là dietro, con il resto dei territori palestinesi. L'accesso al luogo in cui, per i cristiani, un giorno si parlò di amore, avviene attraverso una barriera d'odio. Lungo la via del mercato che porta alla Chiesa della Natività si respira odore di immondizia ovunque. Molte donne, specialmente musulmane, fanno spese in gruppo, con lo sguardo basso. I bambini lavorano sui banchi e nelle botteghe come gli adulti. Frutta, verdura, vestiti, narghilè, souvenir: ne sono degli esperti. Qualcuno porge un rametto di ulivo ai turisti in cambio di una moneta, altri accennano ad un sorriso quando si scatta loro una foto. Chissà se sono mai stati dall'altra parte, chissà se mai ci potranno andare. "Non c'è nulla che non si possa sopportare - diceva Mark Twain - se solo vi si è nati in mezzo". Duro a credersi, da quelle parti. C'è chi, per andare ad un funerale a Gerusalemme, ha bisogno di un permesso scritto; c'è chi, al check point, è stato sotto il sole anche per otto ore, in attesa di passare. Non sono certo gli occhi dei soldati ventenni con il mitra sul petto a far capire il perché di quest'ombra. E, forse, non è nemmeno questo il punto.
C'è anche chi, infatti, queste storie le raccoglie tutte senza porsi domande. A "La Creche", a soli pochi metri dal muro, le Figlie della Carità di S. Vincenzo de Paoli, danno una casa a cinquanta bambini orfani. Figli del caso, lasciati a se stessi, senza un nome. Molti di loro non vedranno mai il volto delle madri, date in pasto alle pietre. Qui i bambini vengono accolti, educati, rispettati nella loro dignità, forse l'unico dei diritti che non ha bandiera. Impossibile parlare di conflitto e tapparsi le orecchie all'irrompere di un pianto. E' anche con il loro, di sangue, che si traccia una linea sulla carta geografica.  Ma all'orfanotrofio non si pensa a questo: si vive.
Israele, Palestina, Terra Santa, Terra Promessa. Parte di un tutto o opposti: poco importa. Se si cercano risposte non si trovano, è più facile tornare con un bagaglio di domande. Si deve camminare per le strade, parlare con le persone, leggere un po'. E questo è sufficiente a far sentire che lì non ci si va solo per vedere, e non solo per toccare. Più probabilmente ci si va e basta. Per rendersi conto, anche, che quanto vi può essere di estraneo è in realtà ciò lega, invoglia a fermarsi, e spinge a tornare.


(05 settembre 2008)