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A cura di Silvia Zanardi
Tall Ships' Race: molto pił di una regata!
Tall Ships' Race: molto pił di una regata!
Un viaggio che si può chiamare insolito. Ma che qualcuno potrebbe anche definire un'impresa per pochi. Sarà per questo che la regata delle Tall Ships, i velieri dai grandi alberi, è riservata a giovani fra i 16 e i 26 anni, pronti a non toccare terra e cellulari per 10 giorni, pur non sapendo nulla della vita da marinai. Marinai: né più, né meno. Che l'inglese lo devono conoscere alla perfezione. E grazie alla Sail Training International hanno la possibilità di imparare, a spese quasi zero, ad andar per mare.
Le regate vengono organizzate ogni anno e si svolgono in tutti i mari. Io ho scelto la tratta Bergen-Den Helder. Siamo partiti l'11 agosto. Tutti i velieri, circa 60, avevano raggiunto il porto norvegese alcuni giorni prima, per farsi ammirare da turisti e appassionati. Piccoli e grandi, maestosi e carichi di storia. Fra essi, la Christian Radich, ammiraglia della marina militare norvegese, l'Alexander von Humbolt, tedesca, la Cuauhtémoc, messicana. Ed anche la britannica Lord Nelson, studiata per regatanti che soffrono di disabilità fisiche. Il mio posto era prenotato sull' Astrid, una "old lady" nederlandese lunga 33 metri, che tra pochi anni spegnerà cento candeline con i suoi proprietari, Peter e Inneke, una coppia di olandesi sui sessanta. In tutto, a bordo, eravamo 28, di cui 12 membri di equipaggio fisso.
Uno dei momenti più spettacolari di una regata come questa è il taglio della starting line. Una volta persa di vista la costa, al largo, illuminate dalle luce del tramonto, tutte le imbarcazioni avanzano in silenzio, a vele spiegate, ognuna per sé. Ci si sente circondati: un momento di poesia che, come tale, non si ripete fino alla fine della gara. Una volta spento il motore, infatti, si parte e ognuno, con la sua strategia, va per la sua direzione.
Dopo le avvertenze del capitano sulle misure di sicurezza, per tutti iniziano le faccende di squadra: far da mangiare, lavare i piatti, tenere pulito il ponte, lucidare gli ottoni, sistemare cabine e toilette. Una routine un tantino diversa da quella abituale che, vuoi per spirito di sopravvivenza, vuoi per voglia di novità, non pesa a nessuno. O meglio, dipende dai momenti. Si potrebbe tralasciare, ma fa parte del gioco, infatti, anche il mal di mare. Chi più, chi meno ci fa sempre i conti perché quello che da profani non si pensa, prima di imbarcarsi, è quanto navi come questa possano dondolare. Per sdrammatizzare, c'è a chi piace immaginarle come enormi culle galleggianti.
La parte più dura dei doveri di squadra è sicuramente la "watch": la guardia notturna. Ogni notte tocca ad un gruppo, per 4 ore. Dalle 20 a mezza notte non è un dramma, e nemmeno tanto lo è quella da mezza notte alle quattro. Ma il turno dalle 4 alle otto del mattino, talvolta fa rimpiangere di non aver scelto una meta caraibica per le vacanze estive. Pioggia, vento, freddo: in ogni condizione atmosferica gli occhi di almeno otto persone sono necessari. E dopo un po'ci si prende gusto. All'orizzonte, nel Mar del Nord, si possono incrociare navi mercantili, da crociera o piattaforme petrolifere. E per evitare collisioni, a turno si deve stare al timone per mantenere la rotta e calcolare bene le distanze. Sembra difficile ma con la luna davanti e la via lattea a illuminare le onde dall'alto, non è per niente male. E se poi, dal mare, arrivava uno spruzzo improvviso a rinfrescare le palpebre assonate, non si può che ringraziare una balena: ne vale la pena.
Purtroppo per noi e per la nostra Astrid, non ci siamo qualificati ai primi posti. Per i primi tre giorni il vento non ha superato i 2 nodi. Alle sei di ogni sera, la radio trasmetteva le previsioni ma nulla di buono ci faceva sperare che, come da programma, avremmo sfiorato la costa scozzese di Aberdeen di lì a poco. Il vento soffiava costantemente da sud-est e siamo stati costretti ad ormeggiare in Scozia per un giorno, in attesa del vento più forte da sud-ovest per raggiungere Den Helder. Poteva pesarci rischiare di essere fuori gara, ma non è stato così. Ciò che conta, in un'esperienza come questa, è quanto si riesce ad imparare a bordo. Si impara a tenere monitorata la posizione della nave sulla mappa, a comunicare via radio con le altre imbarcazioni, a girare alberi e vele per cambiare direzione e, soprattutto, si impara a prendere decisioni in gruppo, in una situazione in cui non c'è tempo per discutere. E poi, lontani da telefoni, pc e televisioni, si scopre di avere molto tempo per comunicare con se stessi e scoprire che non è per nulla banale. Il silenzio, il rumore dell' acqua, la sensazione che il tempo sia immobile è incredibilmente rilassante, senza riuscire ad essere noiosa. Questo è il valore di una Tall Ships' Race, non è la corsa al traguardo. E visitare Aberdeen non ci è per nulla dispiaciuto.
Il vento buono è arrivato solo una volta salutata la costa scozzese. Finalmente 15-20 nodi da sud-ovest: il desiderio che da una settimana teneva occupata la nostra mente. Abbiamo raggiunto Den Helder il 21 agosto, in tempo per scendere e dedicarci ai festeggiamenti. Quasi tutti gli altri velieri erano già arrivati e dappertutto, sui docks, era un continuo via vai di gente accorsa per godere di uno degli eventi più vivaci dell'anno. Prima di ogni partenza e dopo l'arrivo, infatti, ogni città ospitante offre feste, concerti e intrattenimenti ad ogni ora del giorno. Un'accoglienza subito ricambiata dall'ormai celebre parata degli equipaggi, che si svolge durante la mattinata di chiusura. Migliaia e migliaia di ragazzi sfilano per le vie della città, travestiti, muniti di pentole e megafoni per gridare il nome della nave che, solcando le acque, li ha portati in un altro angolo di mondo. Un sentimento di appartenenza maturato in dieci giorni, di cui prima si ignorava l'esistenza.
Come non si poteva sapere che i marinai amano parlare con le proprie navi. Peter, il nostro capitano, parlava con Astrid come con una signora. Una signora saggia, a cui le cose si chiedono con delicatezza. E più le richieste sono dolci, più ferma e agguerrita sarà la risposta. E' solo con il rispetto dell'antico mestiere che si può muovere una nave centenaria, nata per trasportare merci nel Baltico, incendiata misteriosamente negli anni settanta e abbandonata per dieci anni sulla riva del fiume Hamble, in Hampshire. Questa è Astrid, riportata in vita da Peter e Inneke, che hanno lasciato il vecchio lavoro per dedicarsi esclusivamente a lei, portandola a spasso fra regate e viaggi turistici. Ecco perché non c'è da arrabbiarsi se i loro volti si incendiano quando si lascia sbattere una porta o le cime rotolare a terra: a bordo si impara anche questo.  
(14 ottobre 2008)