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A cura di Giorgio Mantovani
Il caff?, la sua storia, i suoi misteri
Il caff?, la sua storia, i suoi misteri

La pianta del caffè produce due o tre volte all'anno un frutto rosso simile a una dura ciliegia che racchiude due grani. L'origine o scoperta del Kahlewe ( la voce secondo Galland era formata da un verbo che significava in arabo avere disgusto o non avere appetito, ed era uno di quei nomi che il popolo dava al vino per significare che bevuto esageratamente toglieva il desiderio del cibo) o caffè è generalmente attribuita allo sceicco Omar dell'ordine di Schazili.

Gli Arabi per molto tempo furono gli unici a far uso di quella bevanda e il primo che la lodò per la sua efficacia dietetica fu un celebre medico arabo del IX secolo detto Rhases o Rasis, più comunemente conosciuto sotto il nome di Almansor.

Un secolo e mezzo dopo la scoperta il caffè fu introdotto nei paesi confinanti quali l'Egitto,la Siria, la Persia, le Indie. A Costantinopoli si cominciò a farne uso sotto l'impero di Suleyman, figlio di Selim,  verso il 1556.

Gli Ulema ( dottori in legge in senso religioso e civile) ne contrastarono l'uso, così Eb-ouss Sououd più per rispetto che per convinzione emanò una decisione "fethwa" con la quale precisò che ogni alimento torrefatto, ridotto in bevanda, fosse prescritto dall'Islamismo. La risoluzione stupì l'intera nazione e fu contrastata dai più famosi giuristi dell'epoca, così dopo lunghe discussioni non  si applicò perché non era stata ratificata dal sovrano

In breve tempo a Costantinopoli si aprirono cinquanta botteghe di caffè e sotto i successivi regni di Selim e di Mourad se ne contarono più di seicento. I locali come racconta lo storico Hassan- bey- zadè diventarono luoghi di corruzione per le piccole stanze che venivano aggiunte, per quel motivo il sultano Mourad li fece chiudere e proibì dal 1578 l'uso del caffè.

Gli Ulema si convinsero di averne giustamente contrastato l'uso, ma poiché il problema era già stato ampiamente discusso dal punto di vista giuridico, si decise che la bevanda non era contraria ai principi islamici. Per quel motivo Mourad revocò l'editto e il caffè diventò la vera passione della popolazione senza distinzione di sesso, età, ceto.

Molto si è scritto dell'influenza sullo stomaco e sullo spirito di chi lo usa, tra le tante pubblicazioni si può ricordare quella edita a Napoli nel 1836 dal titolo- Manuale dell'amatore di caffè o l'arte di prendere sempre buon caffè- dove si legge:" Oh perché mai i Greci e i Romani non conobbero il caffè! Omero avrebbe impiegato la sua lira a celebrarlo. Orazio e Giovenale l'avrebbero immortalato nei loro versi. Diogene non sarebbe andato a celare in una botte il suo cattivo umore, avrebbe bevuto di questo liquor divino trovando più facilmente l'uomo che cercava... Chi racconterà i prodigi oprati da tal bevanda? Mirate là quella figura mesta, quel color pallido, quegli occhi estinti, quei labri appassiti... Si chiamò tutta la facoltà medica e l'arte fu per lui impotente e infine lo condannò a morte. Per fortuna un suo amico consigliò nella causa disperata alcune tazze di moka ed il moribondo richiamato in salute finisce col seppellire la malsania che non gli dispensava se non pochi giorni di vita... O voi tutti che vi accingeste a poetare, dite se non trovaste sovente nel liquido inspiratore vere fortune benefiche nei pensieri. Così scrisse Jacques Delille poeta neoclassico francese:

Se m'appresto a libar l'onda odorosa

Soave foco in un balen serpeggia

Dentro mie vene, e a mille a mille, come

Corrono al fiume limpidi ruscelli

Corrono all'alma numerose idee

Non aride non tristi non lugubri

Ma ricche ornate amabili ridenti

In ogni stilla del licor che innebria

Un raggio io bevo del maggior pianeta".

Il caffè si iniziò a sorseggiarlo in Europa dal ‘600 ma era già conosciuto un secolo prima come risulta da una rara pubblicazione stampata in Germania nel 1584 dal titolo - Viaggio nei paesi d'oriente- , l'autore  che aveva visitato quei luoghi nel 1573-74 lo chiamava bunche e scriveva che veniva dall'India. Anche Prospero Albino nella sua Historiam plantarum Aegypt, stampato a Venezia nel 1592, chiamava buna quelle fave e bon la pianta che le produceva.

Gli olandesi furono i primi a trasportare la pianta da Moka a Batavia e da Batavia a Amsterdam. In seguito i magistrati olandesi inviarono una pianta a Luigi XIV che la fece coltivare nel giardino botanico di Parigi e da quella derivarono tutte le piantagioni che si diffusero nelle isole francesi dell'America. Si è scritto che il caffè sia arrivato a Venezia nel 1615, ma nei primi tempi fu considerato più una medicina che una bevanda piacevole. Con la diffusione del consumo su larga scala in Europa si pubblicarono i primi trattati come quello precedentemente citato e si aprirono i primi locali nei quali si degustava, a Livorno nel 1632, a Venezia nel 1683.

A Parigi un gentiluomo siciliano nel 1672 fondò il Café Procope che divenne culla dell'illuminismo e luogo di riunione degli intellettuali. L'esempio fu seguito in altre città il Café Greco a Roma, il Pedrocchi a Padova, il Michelangelo a Firenze.

Mentre la Bottega del Caffé veniva immortalata da Goldoni nel 1750 con la sua commedia, la bevanda divenne punto di riferimento per le persone colte e quando nel 1764 fu fondata una rivista filosofico-letteraria da Beccaria e dai suoi fratelli si scelse come titolo - Il caffè- perché gli scrittori che collaboravano erano soliti riunirsi in una Bottega di caffè. Entusiasti e ammirati da quella bevanda furono Voltaire, i celebri enciclopedisti Diderot e Rousseau ma anche i protagonisti della rivoluzione napoletana del 1799 perché tra gli oggetti sequestrati nelle loro abitazioni c'erano macinini, caffettiere, tostini, chicchere. A confermare tale realtà l'ultimo desiderio di Eleonora Pimental Fonseca che come ha ricordato Vincenzo Cuoco prima di avviarsi al patibolo volle bere un caffè. Nei Caffè napoletani dell'ottocento, rinomati quelli di via Toledo la strada più frequentata della città, si elaborarono programmi, si organizzarono complotti, si formularono progetti, si stipularono contratti...

Come a Parigi dove nel ‘600 giravano venditori ambulanti con vestiti orientali, turbante in testa, cassetta sulla quale c'erano una caffettiera, tazzine e un fornello acceso, la  moda, anche se con abiti diversi, si diffuse a Napoli come risulta da una pubblicazione del 1845. La vita cominciava alle sei, si aprivano le botteghe e tra le diverse voci c'era quella del caffettiere ambulante presente nei dodici quartieri della città. La merce che offriva non era di scarsa qualità perché non usava l'orzo, le fave, la liquerizia; al massimo si più allungava il caffè con l'acqua nel rispetto della clientela e lo vendeva a tocchetto "un grano di caffè" o a "minima" ( un tornese di caffè somministrato in un bicchiere di rosolio). I mercanti di livello più elevato, gli uscieri, gli agenti di polizia e qualche signora frequentavano invece la Bottega del caffè dove sorseggiavano "la solita".

Il caffè al di là della funzione iniziale era diventato portatore di segni: la posizione sociale, i valori, l'identità dei consumatori apparivano con grande precisione.   

 

(03 aprile 2008)