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A cura di Carla Faccio
Turisti veneti all'estero ieri e oggi

Negli anni '50 e '60 economicamente noi Veneti non andavamo certo di lusso, per cui pochi erano quelli che potevano permettersi una vacanza all'estero d'estate. Comunque, sulle vie delle grandi civiltà e dell'arte c'eravamo anche noi: turisti modesti, decorosi nell'abito, immancabilmente muniti di libretto-guida   e di poche parole ma pronti a rivelarci a sorpresa con immancabili uscite vocali -  sommesse ma ben identificabili -  in dialetto s-ceto di fronte alla magia e alla meraviglia di un Canaletto,  di un  Paolo Veronese,  di un Tintoretto,  ecc ...materializzatosi a sorpresa in qualche sala prestigiosa delle grandi  pinacoteche del mondo.

L'arrivo dei tardi anni '70  e il decollo, anche da noi,  di un vero e proprio miracolo economico da imprenditorialità locale nuova e originale, ci avrebbe ringalluzziti anche come turisti. Un ritrovato senso di autostima  avrebbe fugato vecchie timidezze dandoci una patina nuova di vacanzieri più disinvolti, sicuri di sé ed anche, in certa misura, ciarlieri - pur se quasi sempre in dialetto locale. Qualche   bene informato cronista racconta come per la Bassa la transizione dal vecchio al nuovo status  sarebbe avvenuta nell'estate del 1979 o '80 a Londra, di fronte al palazzo della regina, una mattina verso le 10.30. Là, tra una folla di curiosi  che si accalcavano a ridosso della robusta ringhiera in ferro battuto per vedere  la cerimonia del Cambio della Guardia  immortalandone anche su pellicola  qualche foto dei momenti clou, la vulgata dice  si trovasse una nostra conterranea, cinquantenne,  signorina di buona famiglia e insegnante. Questa, con  un paio di nipoti si trovò a disputarsi un posto in prima fila con un analogo e un po' più nutrito gruppo familiare di provenienza francese attraverso una contesa progressiva fatta di disturbi ai fianchi e al centro della cordata avversaria per aprirsi un varco a forza di spinte e gomitate rinforzate da insulti in puro dialetto veronese, tra cui l'inevitabile " Francesi figli  di buona donna" - in cui nella realtà vera il ‘buona donna' era sostituito dal tipico breve sostantivo veneto noto dalle nostre parti. La controparte non era in grado di capire il nostro dialetto, pensò per un po' il terzetto italiano, dovendosi però ben presto ricredere perché i conterranei di Marianna subito lanciarono a loro volta  una serie di repliche e controrepliche in patois, che oltre a rintronare gli orecchi di molti degli incolpevoli  presenti non impedirono tuttavia  ad alcuni   pratici di lingue neolatine  di piegarsi in due per le risa provocate dalle battute sempre più sapide delle due compagnie avverse.

In quella incresciosa occasione i nostri conterranei autori di un bruttissimo scivolone verbale apparivano tuttavia impeccabili e decenti sul piano del vestito ...,  cosa che - per fare un rapidissimo  salto sul presente - non si può più dire per una parte - neanche tanto limitata - di turisti veneti odierni, ai primi posti nel biscione degli  smutandati ciancicati e  rumorosi nelle loro - cascasse il mondo - parlate locali,   in fila  per i musei e gallerie di mezzo mondo. Si tratta di coloro che, per finire la giornata,  a New York come nel più  romito deserto australiano,  sono capaci di macinare chilometri e chilometri per mettere sotto i denti, per dirne solo una,  i classici veneti "bigoli al torcio" . Questi, oltre a rivelarsi  al momento della effettiva degustazione un pallido  ricordo degli originali, spesso divengono  per più d'uno dei commensali veicolo di un mezzo infarto al momento dell'arrivo del conto - salatissimo. Tutto considerato, quindi, varrebbe la pena, per noi Veneti come molti altri Italiani, cambiare  musica all'estero mettendo da parte i provincialismi  della ricerca,  anche fuori dai confini patrii,  delle solite cose di casa,  in favore di qualche non malvagio  uso, costume e piatto  locale - anche in omaggio all'antico detto ripreso dai ‘barbari' anglosassoni e tradotto nella loro lingua nella frase "When in Rome do as the Romans do". 

(14 luglio 2008)