Siamo ad inizio dicembre e la “manovra economica del cambiamento” continua ad essere immersa in una fittissima coltre di nebbia padano-meridionale, che nessuna dichiarazione recente contribuisce a diradare. Per il momento l’unico dato certo è la minaccia UE di una procedura di infrazione che comporterebbe pesanti sacrifici per l’intera collettività. Si dice che i negoziati vanno avanti, quasi si confrontassero Paesi belligeranti, che si tratta sul deficit 2019, che non si è mai posta la questione di qualche decimale, con un atteggiamento da “Indietro tutta” che farebbe impallidire Arbore e Frassica. Scopriamo così che il deficit 2019 al 2,4% sul PIL era un feticcio i cui adoratori sono divenuti improvvisamente ignoti, che quota 100 come preludio al superamento della Fornero al massimo sarà una misura che consentirà forse l’accesso anticipato alla pensione ad una platea di poche decine di migliaia di persone, che il reddito di cittadinanza al momento prevede la stampa (quando e da chi non è dato sapere) di qualche milione di tessere prepagate il cui importo è avvolto in un alone di mistero, così come gli aventi diritto. Le battaglie di principio sono improvvisamente diventate insignificanti dettagli, quisquiglie di cui tutti disconoscono la paternità. Confesso che di fronte a questo cambiamento di scena rimango un po’ basito, come quegli spettatori che non capiscono se stanno assistendo ad una farsa o, peggio, al prologo di una tragedia. A dire il vero ho la netta sensazione che, dopo settimane di corsa forsennata stile “Gioventù bruciata”, qualcuno abbia maturato l’idea che lo strapiombo era ormai a poche decine di metri e abbia tirato un gran colpo di freno. Un po’ confusamente si inizia a parlare di provvedimenti a favore della produzione e del lavoro, mettendo la sordina a quelli precedenti ad esclusiva vocazione clientelare e assistenziale, forse intuendo che di fronte ad un possibile generale rallentamento congiunturale, il disastro dei Conti pubblici sarebbe stato pressoché certo. Al momento i Mercati hanno accolto favorevolmente i segnali di questa seppur un po’ tardiva resipiscenza, facendo scendere finalmente lo spread sotto i 300 punti, mentre la Borsa italiana è risalita di qualche punto, riducendo a circa il 20% la perdita dai massimi dell’anno registrata ai primi di maggio. Qualche danno è stato comunque fatto, se è vero come dicono Visco e Cottarelli che la salita dello spread è già costata alle pubbliche finanze circa un miliardo di euro e molto di più ai ratios di solidità patrimoniale del sistema bancario – finanziario -assicurativo. La questione che ora si pone è se alle dichiarazioni di questi giorni seguiranno atti formali e fatti sostanziali, oppure se tutto si risolverà in una manfrina levantina col solo scopo di avvicinarsi quanto più possibile alle elezioni europee sperando nel “tellurico” responso delle urne e nel ribaltamento di forze certificato dal prossimo Parlamento. Se questo è l’obiettivo, il 2019 ma soprattutto gli anni successivi saranno forieri di amarissime sorprese per tutti gli italiani, ma soprattutto per le classi meno abbienti, che come sempre in questi casi pagheranno il prezzo più elevato a fronte di politiche avventuriste, incompetenti e falsamente egualitarie.
 
Andrea Panziera