Se Parigi avesse lu mere, sarebbe una piccola Beri…

(ph. cr. Corriere)

E’ giusto chiedersi perché la cifra della politica attuale sia perlopiù una contesa fra ultras veicolata via social, con molti insulti e poche verità? A mio avviso è sacrosanto, ma questa domanda andrebbe accompagnata da una obiettiva e documentata ricerca della scaturigine e dei responsabili. In questi giorni molto si è discusso della nomina da parte dell’Esecutivo di Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, alla commissione UNESCO. Francamente non sono stupito e, a prescindere dalla simpatia personale per l’attore, mi pare che questa scelta quantomeno anomala rientri perfettamente nel clima di avversione alla cultura, ai c.d. professoroni, alle competenze, alla meritocrazia acquisita grazie all’esperienza ed alle capacità personali e professionali.

Nutro peraltro una sensazione: che, come in altri casi, si sia voluto sollevare un polverone per distogliere l’attenzione su altre e ben più importanti questioni. Insomma, la solita arma di distrazione di massa. Uno di questi problemi concerne i nostri rapporti con la Comunità internazionale ed in primo luogo con i nostri vicini transalpini. Dietro il consueto mantra “ora ci facciamo rispettare”, in realtà si cela il nostro sempre più evidente isolamento in tutti i consessi che contano qualcosa e prende corpo il rischio di un vulnus agli interessi economici nazionali che può essere potenzialmente devastante. E’ bene che i lettori abbiano ben chiaro il quadro della situazione. Nel corso dell’ ultimo decennio gli scambi commerciali tra l’Italia e la Francia sono in costante aumento e nel 2018 dovrebbero attestarsi attorno agli 80 miliardi di euro (ben oltre 200 milioni al giorno). Il saldo commerciale a favore dell’Italia non sarà molto distante dai 7 miliardi di euro . In Europa nel 2017 la Francia rappresentava il secondo cliente dell’Italia con una quota di mercato pari a circa 10,5%, preceduta solo dalla Germania con il 12,8%. Gli Stati Uniti occupavano il terzo posto con l’8,8% delle esportazioni, mentre in quarta posizione si trovavano il Regno Unito con il 5,4% e la Spagna con il 5,1%. La Francia risultava anche il secondo fornitore dell’Italia con una quota di mercato dell’8,9%, dietro la Germania con il 16,2% e seguita dalla Cina con il 7,7% e l’Olanda con il 5,4%. La presenza francese nelle imprese italiane, sia a livello azionario che manageriale, è cresciuta nel tempo ed oggi risulta quanto mai importante in molti settori: Banche (BNL, Cariparma, Friuladria e molte Casse di Risparmio), Energia (Edison), Alimentare (Parmalat, Eridania e varie tenute agricole), Lusso (Bulgari, Pomellato, Gucci, Loro Piana), Risparmio Gestito (Pioneer), Comunicazioni (TIM).

Anche molte società italiane hanno consolidato una robusta presenza oltralpe, basti pensare all’acquisizione da parte di Fincantieri della maggioranza dei Cantieri Navali di Saint Nazaire, anche se la querelle di queste settimane potrebbe incidere negativamente sugli sviluppi dell’ operazione. A fronte di relazioni economiche così importanti e consolidate, la reiterata proposizione di argomenti palesemente privi di fondamento, ad esempio sul tema di una supposta sovranità monetaria francese sulle sue ex-colonie da cui scaturirebbe un mai cessato sfruttamento economico, nonché la asserita relazione di queste politiche con i flussi migratori, non può alla lunga non avere ripercussioni sulla nostra economia. Un po’ di chiarezza. Il franco della Comunità finanziaria africana (Cfa) indica una valuta utilizzata da 14 Paesi, non tutti ex-colonie : Camerun, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Questi Stati fanno parte della cosiddetta zona franco, dove un tempo vi erano valute ancorate al franco francese mentre oggi invece sono legate all’euro da un sistema di cambi fissi garantito dal Tesoro della Francia. Non è vero che Parigi stampa moneta per conto di queste Nazioni. Esse fanno parte di due differenti aree economiche e monetarie con Banche Centrali autonome che emettono la loro valuta. Il legame con la Francia risale a dopo la seconda guerra mondiale, quando fu decisa l’introduzione di un sistema di cambi fissi. Nel corso degli anni questo regime è rimasto invariato con lo scopo di assicurare stabilità monetaria a Paesi finanziariamente fragili. L’aggancio a una moneta forte riduce infatti il rischio di fluttuazioni del cambio, che possono avere effetti negativi sull’economia reale e crea un ombrello protettivo per le Banche spesso indebitate in valuta estera.

Tutt’altro discorso è se il sistema di cambi fissi sia il migliore per questo tipo di territori, ma è una questione che nulla ha che vedere con supposte politiche neocoloniali. Ammesso che in Africa esse ancora siano praticate, nessuna impresa straniera operante in quei territori ne è immune, iniziando dalle nostre. Infine non va dimenticato che non esiste alcun obbligo per questi 14 Stati di continuare ad utilizzare la moneta Cfa. Recentemente Macron ha proposto di rivedere le condizioni di ancoraggio e addirittura di abolirlo se questi Paesi ne avessero fatto richiesta, ma nessuno si è pronunciato a favore. In conclusione , detto alla maniera di Lino Banfi “papele papele”, non sono così sicuro che la politica di individuare un nemico al giorno giovi molto agli interessi italiani, soprattutto se i cosiddetti “nuovi amici” oltre a contare poco o nulla sul panorama internazionale non muovono un dito a nostro favore in tutte le più importanti controversie sul tappeto.

Andrea Panziera

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