Di buone intenzioni…

Non è chiaro a quale ditta spetti la manutenzione ordinaria dell’Aldilà; di sicuro, per la pavimentazione dell’Inferno non sussistono problemi, visto che le sue vie d’accesso sono perfettamente e abbondantemente lastricate dalle buone intenzioni dell’Umanità.

È una delle esperienze più frustranti nella vita e nell’operato di una persona per bene, quella di vedere le sue buone azioni determinare dei disastri o, ben che vada, non ottenere i risultati attesi, mentre magari operazioni meno limpide compiute da altri individui, molto meno immacolati, alla fine presentano ricadute positive. Fior di filosofi e moralisti hanno cercato di tranquillizzarci su questo punto: saremo giudicati dalla retta intenzione, non dal risultato; però il dubbio rimane.

Quando vedi quei gommoni carichi di migranti in balia del mare, o le fotografie di bambini che muoiono di fame in Africa, la prima reazione è che saresti pronto a tutto pur di far cessare questo scandalo. Per cui, se ti si chiede di votare per un Governo che prometta un miliardo di euro ai paesi poveri, lo voti e la coscienza morale ti rassicura che hai fatto la cosa giusta. Bene: lo stanziamento è stato approvato, le risorse sono state trovate nelle pieghe del bilancio, i paesi di destinazione, individuati fra i più poveri, riceveranno i nostri aiuti e finalmente andremo a dormire soddisfatti.

E invece no, perché il diavoletto – o è l’angelo? – torna a tormentarci nel sonno. Abbiamo fatto acquistare due navi cariche di riso per gli affamati. Bene, giusto? Invece no, perché un politico o un funzionario del paese destinatario li ha dirottati tutti verso il suo collegio elettorale. Che oltre tutto, non aveva neanche un bisogno così impellente di quel riso. Un caso su mille? Difficile crederlo. Un funzionario del FMI una volta si prese la briga di verificare quanta parte degli aiuti esteri inviati per costituire le dotazioni degli ospedali rurali di un paese africano arrivasse effettivamente a destinazione. Il risultato della sua ostinata ricerca fu desolante: il 99% si era disperso nei vari passaggi. Ma c’è di peggio: il nostro riso potrebbe essere stato sequestrato da un signore della guerra, come succedeva in Somalia, che lo metterà a disposizione del popolo sì, ma a pagamento, per potersi acquistare armi e consenso. In effetti, è una costante dei paesi poveri: quando si prospetta un invio di aiuti, improvvisamente si assiste ad un risveglio dell’attività politica, e purtroppo anche di quella degenerazione della politica che è il colpo di stato o la guerriglia. È anche logico, a pensarci: gestire delle risorse inattese è molto più allettante che amministrare la solita miseria.

Ammettiamo che tutto sia andato a buon fine e che il nostro riso sia arrivato proprio nella stagione della semina del miglio o dell’orzo. Ma perché i contadini protestano? Beh, è logico: se al momento del raccolto tutti gli abitanti della regione avranno riso in abbondanza, i prodotti faticosamente strappati alla terra dai contadini perderanno valore e finiranno ai porci; e di sicuro, l’anno venturo non si sogneranno di spargere i loro preziosi semi. Marcia indietro: allora si useranno i soldi degli aiuti per acquistare i prodotti del territorio a prezzi politici.

Qui sembra andare già meglio, ma in questo modo, il paese si abituerà ad avere un compratore sicuro, e non avrà interesse a diversificare la produzione o a migliorare le tecniche di coltivazione. Lasciamo perdere gli aiuti, allora: usiamo quei soldi per inviare dei tecnici: favorire la valorizzazione delle risorse locali potrebbe essere l’uovo di Colombo. Se ad esempio i geologi scoprissero il petrolio, sarebbero soldi e benessere assicurati per tutti. Certo, ma anche se quel disgraziato paese riuscisse ad evitare le tagliole dello sfruttamento da parte delle compagnie straniere e gli appetiti di aspiranti dittatori e leader guerriglieri, con tutta probabilità si ammalerebbe di quella curiosa sindrome che gli economisti chiamano “Male Olandese”: una risorsa naturale abbondante finisce paradossalmente per inibire le possibilità di sviluppo, legate all’agricoltura o a una nascente industria, un po’ come successe in Spagna quando venne importato l’argento delle Americhe. Ecco allora aumentare a dismisura la spesa pubblica, soprattutto il bilancio della difesa, i salari crescono rendendo antieconomico l’avvio di nuove attività, perché tanto c’è il petrolio. Ovviamente, la corruzione dilaga e il paese che prima viveva in una dignitosa ma operosa povertà, si trasforma in una terra di nullafacenti mantenuti. Lo stato, un tempo libero, ora è legato mani e piedi alle oscillazioni del greggio, e alla prima crisi internazionale, si spalanca il baratro della miseria e verosimilmente delle guerre civili.

Ripartiamo da capo. Potremmo aprire le porte all’emigrazione? meno gente dovrà insistere su un territorio povero, più cibo resterà per gli altri. Purtroppo, anche in questo caso sembra che non sia così, e se i vantaggi di chi se ne va da una terra disastrata e riesce a trovare lavoro in un paese più ricco sono evidenti, per chi rimane è una perdita secca, almeno in termini collettivi, tant’è vero che politici e vescovi denunciano l’emigrazione come una piaga di paesi poveri. Come osservava Paul Collier uno dei maggiori esperti di economie africane nei suoi saggi Exodus, e L’ultimo miliardo, i migranti provengono di solito da un ceto sociale abbastanza elevato da potersi permettere la spesa iniziale della partenza e del primo periodo di soggiorno all’estero. Inoltre, a migrare sono i soggetti più giovani, istruiti e ricchi di iniziativa, ossia quelli che, rimanendo al loro posto, potrebbero aiutare di più il Paese nel suo sviluppo. Haiti – giusto per non restare sempre in Africa – ha perso negli anni circa il 85% della popolazione istruita.

I lavoratori locali non qualificati, rimasti privi dell’appoggio e dell’esempio di personale formato e motivato, tenderanno a diminuire la loro già scarsa produttività. Anche le rimesse degli emigrati sono un sollievo solo fino ad un certo punto, perché funzionano quando i congiunti e la famiglia sono ancora separate, ma man mano che i nuovi arrivati si integrano e richiamano i parenti stretti a vivere da loro, le rimesse si rarefanno e poi cessano.
Il nostro amico ora è sveglio e difficilmente riprenderà sonno.

A questo punto, le scelte sono due. O decide che non c’è niente da fare, e al prossimo spettacolo di miseria cambia canale. Oppure, ed è la scelta più difficile ma anche la più razionale, accetta la realtà dei fatti, ossia che retorica e buona volontà producono solo danni, e comincia a chiedersi, anzi, a chiedere a chi sa per avere esperienza e per aver studiato, quali sono le cose giuste da fare, o le meno sbagliate.
Potremmo consolarci dicendo che in fondo il discorso riguarda l’Africa e qualche paese asiatico o caraibico, ma secondo me non è esattamente così. Chiediamoci: perché la gente se ne va via da casa, per affidare il suo futuro all’emigrazione? Il motivo è lo stesso per cui i capitali, che girano come branchi di innumerevoli gazzelle assetate attorno ad uno stagno, alla perpetua ricerca di un investimento sicuro, eviteranno di avvicinarsi alla pozza dove sanno trovarsi i coccodrilli o dubitano che l’acqua sia inquinata. In altre parole, i migranti fuggono da quegli stati i cui modelli sociali, culturali, politici ed economici sono palesemente inadeguati, per dirigersi verso paesi dove invece le cose sembrano funzionare meglio. Sempre per usare un’espressione di Collier, è come se andandosene, votassero contro il loro sistema statale “disfunzionale” e a favore di quello, migliore, di un altro paese.

Ma adesso, vediamo di non fare i furbi, e domandiamoci come vanno le cose qui, in Italia. Non siamo a livello delle aree povere dell’Africa o dell’Asia, certo, e neppure nelle lande più desolate dell’Italia le condizioni sono paragonabili, ma se nel 2017 285mila italiani sono emigrati, una cifra ormai vicina a quelle drammatiche degli anni ’50, ponendo il nostro Bel Paese all’ottavo posto mondiale per numero di emigrati, subito dopo il Messico e prima del martoriato Afghanistan, qualcosa che non va ci sarà bene. E come in Africa, ad andarsene sono soprattutto giovani colti (quasi un terzo sono laureati) e motivati, soprattutto ragazzi del Nord. Naturalmente i commentatori allineati cercheranno di convincerci che è un fenomeno positivo, perché “torneranno dopo aver fatto esperienze all’estero”. Come se uno dopo essere vissuto a Londra o a Zurigo avesse voglia di tornare a Vibo Valentia, dico per dire. Del resto, come fargliene una colpa? Restare ad aspettare che si liberi un posto statale o litigare con la burocrazia e svenarsi a pagare tasse e contributi solo per tenere aperto un negozietto, è lavoro da Sisifo.
A questo punto, è evidente che il nostro paese negli ultimi decenni si sta allontanando dai paesi “funzionali”, per entrare a vele spiegate fra quelli dis-funzionali, e anche se scoprissero il petrolio, temo che difficilmente le cose cambierebbero.
Anzi…

Alberto Costantini
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