Il conto della serva

Ho come la sensazione che si stiano demolendo tutti gli argini del buonsenso e che il Sistema Paese stia andando a sbattere come un TIR a cui si sono rotti i freni. Praticamente nessuno parla più di un 2019 “bellissimo” come arditamente il nostro Presidente del Consiglio ipotizzava solo qualche mese fa, ma in tutti i consessi che sanno far di conto, italiani e non, si prevede per l’Italia un anno difficile che potrebbe creare contraccolpi economici anche a livello internazionale. Daniel Gros, che dirige il “Center for economic policy studies” di Bruxelles definisce il nostro un Paese irrecuperabile, con una credibilità presso gli investitori istituzionali esteri molto bassa, destinato rebus sic stantibus ad essere escluso da qualsiasi progetto di sviluppo comune con gli altri Stati europei, comprese le scelte strategiche che orienteranno le politiche dell’Unione nei prossimi anni. Vi è grande attesa per la pubblicazione dei dati Istat relativi al primo trimestre, ma le anticipazioni non sono affatto incoraggianti e di questo sentiment si è fatto portavoce in questi giorni il Presidente di Confindustria Boccia che ha parlato espressamente di un sistema economico bloccato. Lo stesso ministro Tria, pur nella doverosa cautela imposta dal suo ruolo, ormai non fa mistero dei timori che suscita l’incremento del Debito Pubblico, stimato attorno al 133% sul PIL, il cui aumento fuori controllo tarpa le ali a qualsiasi ipotesi di incisive misure espansive finalizzate alla crescita. Nella realtà, dal 4 marzo 2018 siamo rimasti in perenne campagna elettorale e tutti i provvedimenti adottati hanno avuto come unico scopo quello di mantenere e possibilmente accrescere la base del consenso, a prescindere da ogni altra considerazione di sostenibilità, efficacia e rafforzamento dei diritti individuali e della coesione sociale. A far scattare la scintilla di una nuova stagione di sviluppo non servono né il Reddito di Cittadinanza né quota 100, non solo per il loro scarso effetto propulsivo e per l’inconfondibile marchio meramente assistenziale, ma soprattutto perché il finanziamento in deficit in presenza di una congiuntura mondiale non positiva e con la nostra situazione debitoria in peggioramento può provocare sconquassi in un Bilancio pubblico già piuttosto disastrato. Ma più in generale è tutto il complesso degli atti economici che suscita perplessità e sembra figlio di un’improvvisazione eletta a prassi di governo, come se l’unica stella polare che sovraintende ad ogni decisione fosse da un lato il mantenimento e la fortificazione di una “captatio benevolentiae” collettiva e dall’altro l’esibizione di un attivismo spesso fine a se stesso se non pernicioso. Tre esempi su tutti. La vicenda Alitalia parla da sola: non essendo disponibili altri “capitani coraggiosi” come quelli di 10 anni fa, per l’ennesimo salvataggio si è tentata la strada dei vettori internazionali, scartando peraltro quelli (leggi Lufthansa e AIR France) portatori delle proposte imprenditoriali più realistiche ma di nazionalità poco gradite. Dei due rimasti, uno si è defilato alla velocità della luce e l’altro, Delta Airlines, entrerà con un piccolissimo chip nel capitale sociale al solo scopo di rafforzare la sua posizione nelle tratte intercontinentali, rischiando poco o niente a fronte di vantaggi potenziali elevati. Il restante fabbisogno? ci penserà lo Stato naturalmente, tramite Cassa Depositi e Prestiti, coinvolgendo indirettamente e a loro insaputa i risparmiatori che hanno affidato i loro quattrini alle Poste. Il memorandum con la Cina: in modo un po’ dilettantistico ma con il petto gonfio d’orgoglio per essere stati i primi membri del G7 ad aderire alla c.d. “via della seta”, abbiamo siglato in solitaria una serie di intese con la Cina , riuscendo nell’impresa di creare dissapori sia con l’Europa che con gli USA a fronte di nuove esportazioni del valore di qualche miliardo di euro. Pensare di poter trattare da posizioni equipollenti con la seconda potenza economica mondiale è come scommettere che un peso piuma combatterà ad armi pari con un supermassimo. La riprova? La tanto vituperata Francia, forte dell’asse con la Germania e i vertici dell’UE, ha concluso accordi commerciali pari a 40 miliardi, contro i nostri 7 (forse). Insomma, abbiamo barattato arance siciliane con tarocchi cinesi. Da ultimo, la questione dei ristori a favore dei risparmiatori truffati dalle Banche. La logica che pretende di rifondere l’intero capitale investito sia agli azionisti che agli obbligazionisti subordinati, che peraltro contravviene alla attuale normativa europea, si fonda sul presupposto che l’Italia sia un Paese di analfabeti finanziari, per i quali è perfettamente identico mettere i soldi in un libretto di risparmio o acquistare azioni di una banca. Praticamente si abolisce per Decreto il concetto di rischio-rendimento, perché secondo qualche ministro l’investitore persona fisica deve essere manlevato da questi pensieri in quanto è quasi sempre incapace di intendere e di volere. Una domanda: visto che non esiste un pozzo di San Patrizio da cui attingere risorse illimitate e quindi i quattrini per i rimborsi li metterà lo Stato, cioè in ultima istanza i contribuenti, perché la faccenda dovrebbe coinvolgere anche la signora Eulalia Torricelli da Forlì, la quale ha sempre pensato che il metodo migliore per gestire i denari della sua famiglia fosse il classico “conto della serva” e nella sua vita al massimo ha sottoscritto un BOT, che suo malgrado contribuirà al risarcimento del signor Antonio Sugaman detto Toni, trevigiano doc, il quale lusingato dall’amico bancario ha acquistato 200.000 euro in azioni di Veneto Banca ? la signora Eulalia gradirebbe una risposta, ma temo che aspetterà invano.

Andrea Panziera
Advertisment ad adsense adlogger