Post it – La realtà del bar

di Andrea Panziera.

Premetto: non ho assolutamente nulla contro gli avventori dei bar, che rimangono uno dei punti di ritrovo e socializzazione più importanti. Oltretutto, in aggiunta alla loro funzione aggregativa, contribuiscono al PIL in termini non trascurabili.

Quello che mi ha colpito è una recente inchiesta di un noto quotidiano nazionale nella quale si evidenziava come i bar sono un significativo e per alcuni versi determinante luogo di formazione del consenso. A precisa domanda gli intervistati hanno risposto che in generale non capiscono il linguaggio dei politici e per questo motivo votano chi ragiona e parla come loro. Sicuramente c’è del vero nella sottolineatura di certe criticità lessicali; la semplicità espressiva, al pari della padronanza dei verbi o della geografia, non sono patrimonio comune dei nostri rappresentanti parlamentari.

A volte non è neanche così semplice tradurre in termini “terra terra” concetti che per loro natura sono piuttosto complessi ma uno sforzo (e studio) supplementare non guasterebbe. Il problema è però un’altro ed attiene all’uso ed allo scopo, spesso spregiudicato e fallace, di un linguaggio volutamente e ostentatamente alla portata di tutti. Bravo e furbo chi lo fa, dirà qualcuno. Se il metro di giudizio è la capacità di adoperare metodi fraudolenti per raggiungere il proprio obiettivo, niente da dire! Se invece si crede che debba permanere un minimo senso di decenza e responsabilità in chi dovrebbe amministrarci, beh, la questione cambia totalmente aspetto.

Trovo insopportabile attribuire tutti i possibili misfatti e indecenze agli altri quando fino a ieri posavi le tue terga sulla medesima poltrona e ti sei comportato esattamente allo stesso modo se non peggio. Oltretutto assumere la veste di depositario più o meno esclusivo del pensiero della Nazione equivale a raccontare una fola clamorosa. Al massimo ogni uomo politico rappresenta il suo partito e non di rado neanche tutto. Parlare di volontà del popolo, governo del popolo, azione in nome del popolo e via discorrendo costituisce una forzatura e una menzogna; non lo dicono le mie parole ma i numeri. Tenendo conto che vota più o meno il 70-75% degli aventi diritto, anche nell’ipotesi di raggiungere il 50,01% dei consensi chi vince rappresenta non più del 35-37% delle persone adulte, quindi una significativa minoranza, ma sempre minoranza della popolazione.

L’errore della nostra classe politica è di non essersi accorta che ai giorni nostri il consenso è volatile come gli indici di Borsa, dove il top ed il down spesso si inseguono senza soluzione di continuità. L’ebbrezza del successo del momento o la rincorsa a tutti i costi del medesimo probabilmente premia nel breve periodo ma a lungo termine accorcia la visione e la prospettiva e rischia di condizionare l’adozione di scelte sia contingenti che strategiche, ad esempio quelle relative alla nostra collocazione internazionale, o più semplicemente quelle di buon senso.

In tempi di società liquida i cambiamenti sono talmente veloci che possono materializzarsi tra un selfie e l’altro senza rendersene conto. Se i nostri amici al bar e i loro capipopolo vogliono veramente cambiare il mondo, dovrebbero quantomeno riflettere preventivamente e onestamente sulle conseguenze delle loro azioni, magari informandosi di più e meglio. Altrimenti le conseguenze le pagano tutti, anche quelli che al bar non ci vanno.

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