Lavorare a casa piace, ma c’è voglia di ritrovarsi in ufficio

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Il Covid-19 ha portato una rivoluzione nel mondo del lavoro: lavorare a casa piace, ma non manca la voglia di ritrovarsi in ufficio

Di: Mariapia De Carli

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Il Covid-19 ha portato una rivoluzione (anche) nel mondo del lavoro. Se prima era assodato che per lavorare si doveva stare ore e ore chiusi in un ufficio, e sempre nello stesso, gli ultimi mesi hanno dimostrato che si può produrre a distanza e in altri contesti.

Da un sondaggio è risultato che l’80% dei lavoratori apprezza il lavoro da casa. Il 41% si è inoltre detto più produttivo da remoto. Oggi, il modo di concepire l’ufficio è cambiato: deve essere uno spazio più flessibile, con possibilità di incontro e aree break dove confrontarsi. Se da una parte è emerso che tante attività si possono svolgere anche da lontano, dall’altra lo scambio con gli altri e l’interazione, che sono alla base di ogni progetto, possono avvenire solo sul luogo di lavoro. Mentre in epoca pre-Covid erano le persone ad adattarsi all’ufficio, adesso succede l’opposto; e anche in ambiti più tradizionali, come gli studi professionali, si stanno sviluppando nuove logiche.

Lavorare a casa: da smart working a remote working

Il lavoro da remoto sicuramente non sparisce: non torneremo al 100% alle abitudini precedenti, ma abbiamo avuto la conferma che le interazioni permesse dall’ambiente di lavoro non possono essere riprodotte all’esterno. Non dimentichiamoci che anche lo smart working, così diffuso negli ultimi tempi, non ha riscontrato solo pareri positivi. In alcune situazioni è stato molto faticoso, perché nella maggior parte dei casi non si è trattato di vero e proprio smart working, quanto piuttosto di remote working, in cui semplicemente è cambiato l’ambiente in cui si svolge il lavoro.

La casa, lo spazio dove siamo costretti a stare, non sempre si è rivelata adeguata. Gli orari si sono dilatati e la coordinazione a distanza non è stata facile. La tendenza, infatti, è quella di considerare il termine smart working nella sua accezione originale di “lavoro agile e flessibile”: gli spazi devono essere più dinamici, tutti dotati della tecnologia adatta per collegarsi da remoto, e non ci deve essere l’obbligo di stare da una parte o dall’altra. Le aziende, in breve, devono fidarsi dei dipendenti che si gestiscono in modo autonomo e responsabile.

Lo smart working è una formula più spinta verso un’occupazione che prevede un’alternanza fisico-remoto, una distribuzione tra azienda e lavoro agile, con un principio di rotazione che dipende dall’organizzazione delle mansioni e degli spazi. In altre parole, un cambiamento pratico che sposta quote di responsabilità organizzativa, abbinando la modalità di rendere la prestazione per obiettivi e risultati anziché per il tempo passato in un certo luogo.

L’importanza del confronto

In qualsiasi tipo di professione, il confronto è fondamentale dal punto di vista umano. Da una lato, perché l’uomo non è fatto per stare da solo; dall’altro, perché dà vita alle idee migliori, dal momento che può essere un generatore di occasioni. Il contatto con gli altri e la casualità dell’incontro, per esempio alla macchinetta del caffè o durante la pausa pranzo, sono aspetti irrinunciabili, quando si parla di opportunità lavorative.

Le regole di sicurezza e distanziamento sono per tutti prioritarie, ma è indubbio che ci sia desiderio di tornare a incontrarsi, di collaborare, di ritrovarsi in ufficio, con la consapevolezza di avere a disposizione modi diversi di lavoro, che possono svolgersi in ufficio, a casa, al mare, al bar o dove si preferisce.

Molte persone hanno sofferto durante l’emergenza sanitaria perché si rendevano conto che la situazione era forzata, senza alternative; adesso, invece, c’è un atteggiamento psicologico diverso, più positivo, dato dalla possibilità di scelta, di diversificare la modalità e, soprattutto il luogo da dove lavorare. Con la pandemia, quegli incontri online prima quasi sconosciuti sono stati sperimentati da tutti e tutti ne hanno apprezzato efficienza e praticità. L’opportunità di scelta rappresenta sempre una variabile positiva.

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