Ozio, una nostra vecchia conoscenza

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Nel 2021 viviamo una situazione di stallo, analoga a quella dell’anno scorso. Lavorare a casa porta con sé benefici e spauracchi, come l’ozio

Di: Giovanni Pasquali

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I nostri ritmi hanno nuovamente subito un rallentamento, date le nuove misure di sicurezza. L’Ordinanza in vigore da lunedì 15 marzo ha inficiato la routine che stavamo riacquistando. Tuttavia, sebbene abbia creato disordine, stavolta non brancoliamo, ma ci rivolgiamo direttamente alla soluzione: lo smart working.

Lo strumento più adatto

Come fonte di continua attività, seppure domestica, lo smart working mette ordine negli altalenanti ritmi quotidiani. Per contro, rende anche difficile distinguere un momento dedicato al lavoro da un altro occupato dal riposo. Ma ora, dopo più di un anno, conosciamo questa condizione di stallo, con le sue note positive e negative. Un esempio di quest’ultime ci è fornito dall’ozio.

Ne siamo certamente consapevoli, ma talvolta il divano – o il letto – ci attrae peggio di una calamita. Si parla di un comportamento che, ormai, ha la nomea di essere tipico delle persone pigre. Inoltre, all’ozio è associata la relativa paura: il timore di cadere in questa “trappola“, essendo quasi sempre a casa, porta le persone ad adoperarsi per evitarlo. Difatti, cercano di tenersi occupate, magari con attività creative per loro inedite.

La decadenza dell’ozio

Il concetto di “ozio” ci è stato tramandato dalla civiltà romana e da quella greca. L’otium latino si rifaceva a una dimensione della vita privata non influenzata da preoccupazioni e da esigenze di vita pubblica. Una sorta di isolamento, di distacco, che poteva essere volontario o forzato. Per gli antichi, la nozione non aveva a che fare con la negligenza né con la pigrizia; al contrario, era qualcosa di indispensabile per predisporre il soggetto ad affrontare con maggiore serenità e in maniera più efficace gli impegni della vita quotidiana, stimolandone il pensiero.

Per definire l’otium romano, nella Grecia classica, si usava la parola σχολή (scholḗ), ossia “tempo libero”. In questo caso, indicava possedere del tempo da usare in attività disinteressate e appaganti, come lo studio, di cui la conoscenza o la contemplazione intima di sé stessi rappresentavano il fine. Successivamente, col Cristianesimo, l’ozio ha iniziato lentamente e inesorabilmente ad assumere una connotazione negativa. Si è ben presto legato al vizio della pigrizia e, poi, al peccato dell’accidia.

Nel contesto attuale, il riposo è, per alcuni, una cosa assai utile. Rappresenta una pausa, un’attività che garantisce di staccare da tutto, di dedicarsi a sé. Un’altra parte delle persone lo vede, invece, come un momento di tempo morto, che non sappiamo ponderare. Per l’appunto, il difetto che ne consegue è l’incapacità di dire “basta” e tornare a fare qualcosa di produttivo. Eravamo riusciti ad allontanare questo spauracchio, ma le restrizioni ci richiedono lo sforzo di affrontarlo ancora.

Le conclusioni

Come detto, ora comprendiamo che i periodi di ozio possono essere anche una necessità. Concedersi delle pause e interrompere il flusso di lavoro aiuta a inquadrare le proprie idee, facilita il senso di soddisfazione per ciò che si è svolto e dona una ragione in più per fare molte più cose per le quali, prima, non si riusciva a trovare il tempo. Se si considera, infine, che smart working, vita privata e vita lavorativa presentano confini sempre meno definiti, la pratica di intervalli regolari di ozio trova inevitabilmente più spazio.  

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