In occasione della giornata internazionale contro l’omo-bi-transfobia, parliamo di schwa: una delle ultime evoluzioni linguistiche in merito a inclusione e autoaffermazione

Di: Messhua Franch

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Recentemente, in Italia, sui social e non solo, si è aperto il dibattito sul linguaggio inclusivo. Ovvero, come fare affinché tutte le persone si sentano incluse e rispettate quando leggono un articolo, un post, un comunicato.

Proprio per questo, sta prendendo sempre più piede l’utilizzo della schwa, una vocale utilizzata al posto del maschile e del femminile che consiste in una e rovesciata (ǝ) al singolare e in una sorta di numero tre (ɜ), detto “schwa lungo”, al plurale. Entrambi questi simboli sono presenti sia su software di scrittura come Office sia sulle tastiere degli smartphone. Pare, quindi, che la schwa si stia davvero integrando nel linguaggio attuale.

La questione dei generi nella lingua italiana

L’italiano, a differenza di altre lingue, ha solo due generi: maschile e femminile. Nel caso in cui si voglia designare un gruppo di persone miste, dunque, si ricorre sempre al maschile. Per esempio, si può sentir dire: “Tutti coloro che…” anche nel caso in cui un solo uomo sia presente in un gruppo di donne. Questo modo di parlare e scrivere prende il nome di “maschile sovraesteso” e indica i casi in cui il maschile viene utilizzato a prescindere dalla presenza di altre persone.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’evoluzione del linguaggio, con la sempre più frequente declinazione delle frasi anche al femminile. Tuttavia, il binarismo di genere – così è chiamato questo adattamento linguistico – non tiene conto dell’esistenza di identità di genere diverse da quelle “preconfezionate”, appunto il maschile e il femminile.

Per questo motivo l’introduzione della schwa si dimostra utile. Una vocale totalmente inclusiva che, comunque, è già presente nella nostra lingua. La si trova per esempio in alcuni dialetti italiani meridionali, nella chiusura di tantissime parole: callə (caldo), Napulə (Napoli), magnə (mangio).

Da dove arriva la schwa? E come si pronuncia?

La schwa, diversamente da ciò che molti pensano, non è l’ultima trovata di Internet; è una lettera che esiste da tempo. Deriva dall’ebraico shĕvā, che può essere tradotto con “insignificante”, “zero” o “nulla”. Mentre il simbolo della e rovesciata (ǝ) fu inventato nel 1821 dal tedesco Johan Schmeller, che lo utilizzò per designare un suono del dialetto bavarese. La schwa al plurale, invece, è simile a un tre perché ricorda graficamente la schwa lunga di alcune lingue.

Quadrilatero vocalico dell’IPA con la schwa indicata in rosso
Cr. ph. aliceorru.me

Dal punto di vista fonologico, la schwa è un suono indistinto, che si produce mantenendo la bocca semiaperta, i muscoli rilassati e lasciando uscire l’aria senza imporle alcuna barriera. È una vocale intermedia neutra, cioè, che si colloca a metà strada tra tutte le vocali esistenti. Un concetto facile da capire guardando dov’è collocato il simbolo /ə/ nel quadrilatero vocalico dell’IPA (International Phonetic Alphabet).

È un suono molto comune nelle lingue del mondo, addirittura il più utilizzato nella lingua inglese. Lo sentiamo ogni volta in cui vengono pronunciate parole come “but”, la “a-” iniziale di “about” o la “-u-” di “survive”. Si può sentire la corretta pronuncia della schwa, e di tutte le altre vocali presenti nella tabella IPA, sul sito Vowels.

Perché usare la schwa?

È stato più volte detto, anche in altri ambiti, che il linguaggio e le parole sono importanti come e anche più dei fatti. Nel saggio Il corpo elettrico, la giornalista Jennifer Guerra scrive: “Ogni scelta linguistica è una scelta politica”. Ne consegue che dare il giusto peso alle parole che pronunciamo, facendo sì che tutti si sentano compresi e inclusi, risulta fondamentale. Se per farlo basta cambiare una lettera alla fine di un termine, lo sforzo è minimo per chi scrive, ma ha un valore essenziale per chi legge.

D’altronde, tutte le lingue del mondo sono in continua evoluzione. Basti pensare a com’era l’italiano nei romanzi di fine 1800 oppure all’insieme dei termini stranieri che la nostra lingua ha incorporato dopo l’avvento di Internet. Di fatto, se siamo riusciti a cambiare il nostro modo di scrivere e parlare a seguito di un’invenzione tecnologica, è possibile farlo anche per le persone con cui conviviamo. Ognunə ha il diritto ad essere sè stessə e di venire rispettatǝ in quanto tale.