Uscito il 28 maggio 2021 sulle piattaforme digitali, si chiama “Bolla” il secondo album della band emergente Da Quagga. Il genere? Una fusione di funk, rap e nu-soul

Di: Arianna Mantoan e Samuela Piccoli

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Genere estinto e animali spazzati via dall’incoscienza umana: a questo si pensa quando si ascoltano per la prima volta i Da Quagga, band veronese al 100% che ha fatto di questa creatura il proprio simbolo.

Nati come band nel 2016, dopo pochi mesi esce il primo disco, “Istinto”. Prevalentemente composto da pezzi ri-adattati e ri-arrangiati, il sound predominante è la fusione di funk e rap, con liriche leggere e contaminazioni rock.

Lo scenario che vede nascere il secondo disco è molto diverso: in piena pandemia e circondati dallo sconforto artistico generale, i Da Quagga pubblicano per tutta risposta l’EP “Parabola discendente di un gruppo indipendente”, rendendo un simil-omaggio a tutte quelle band che non emergeranno mai.

“Ne usciremo migliori” è stata la nenia usata e abusata del primo lockdown; sicuramente a uscire differente è stato il sound del gruppo, che nell’ultimo album uscito “Bolla” ha perso gran parte della spensieratezza dei primi lavori per dirigersi verso melodie più rock e nu-soul.

Infine, tra gli ultimi lavori del gruppo troviamo “Kodak”: il pezzo racconta la storia di un fotografo che non si sente più capito e, ormai annoiato dal suo lavoro, passa le giornate in modo ripetitivo. Il video cerca di raccontare il dietro le quinte di un lato del mondo artistico che spesso sfugge agli ascoltatori, quello dell’inadeguatezza che molti provano nella vita quotidiana.

Noi abbiamo avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con Simone Fama, cantante e frontman dei Da Quagga, che oltre a raccontarci dell’album e delle origini della band ci ha fatto anche alcune anticipazioni sui progetti in cantiere. Per ascoltare l’album, clicca qui.

L’intervista

Quando hai iniziato a cantare e a suonare?

“A cantare da una vita! Ho sempre cantato, il mio primo pezzo l’ho scritto in quarta elementare e si chiamava “Lo scolaro”… ma lasciamo perdere, adesso lo troverei orrendo (ride, ndr). La svolta è stata quando ho ascoltato ‘The miseducation of Lauryn Hill’; da lì è nato il desiderio di fare rap. Mi sono però interessato sul serio alla scrittura solo nel 2001, avvicinandomi al rap italiano e ad artisti come Bassi Maestro e Kaos. Lì ho detto, ‘È questo che voglio fare’. Allora però non potevi scrivere un pezzo e pubblicarlo subito online: si scrivevano più pezzi, e invece di buttare fuori ogni singolo brano, ne uscivano uno o due. Si lavorava molto di più su se stessi. Oggi i cantanti hanno fretta di lanciare sul mercato i propri prodotti, mentre anni fa ci si dedicava di più al perfezionamento dei brani”.

Da dove viene il vostro nome?

“Il nome che in realtà c’entra è quagga: volevamo un nome che potesse dare significato al nostro sound. Quando ci siamo formati c’erano pochissime band che suonavano rap dal vivo, era un genere che sembrava estinto… e quindi abbiamo cercato proprio un animale estinto, scegliendo il quagga, un mix tra una zebra e un cavallo, come simbolo. Dato che il quagga deriva dalla fusione di due animali, e il nostro sound deriva dalla fusione di due stili diversi, ci è sembrato un nome azzeccato. Anche come onomatopea: all’inizio usavamo un suono che suonava un po’ come ‘wah wah’, così è diventato identificativo del nome. ‘Da’ invece l’abbiamo preso dallo slang americano, suona più figo! Abbiamo lavorato molto sulla nostra identità come gruppo: facciamo un rap che è anche un po’ nu soul e hip hop”.

Quando è stata creata la band?

“Nel 2016. È nato tutto per caso: un bassista mi contattò, chiedendomi di fare un pezzo con lui e il suo gruppo; io accettai. Da un solo brano che dovevamo incidere siamo poi diventati un gruppo a tutti gli effetti. Io ero sul punto di smettere con la musica, non ero più interessato a fare brani con una base sotto e mi annoiavo… avevo bisogno di creare qualcosa di diverso. L’incontro con il resto della band è arrivato proprio al momento giusto, e grazie a questo mi è tornata la stessa voglia di fare musica che avevo da ragazzino”.

Quando è nata la tua passione per la musica?

“La passione per la musica c’è sempre stata, perché in casa ho sempre sentito mio padre cantare. La passione vera e propria però è nata con ‘The miseducation of Lauryn Hill’, come dicevo. Ne parlo anche in un pezzo incluso nel mio primo disco da solista, ‘Chiamami ora’”.

Quali sono state le tue principali ispirazioni musicali?

“Beh, dipende da moltissimi fattori, anche dalla vita quotidiana perché le ispirazioni sono infinite. Marco, il nostro bassista, si ispira molto ai Talking Heads ma non solo: trova nuove idee anche da esperienze passate. Maurizio, il nostro chitarrista, prende ispirazione da Jamila Woods… a me personalmente piace molto Caparezza, anche se è molto più rock”.

Parlaci del tuo album appena uscito.

“’Bolla’ è stato creato con l’intenzione di buttare fuori qualcosa che suonasse più maturo, perché “Istinto” era un insieme di brani riadattati, mentre “Parabola discendente di un gruppo indipendente” era più funk. Volevamo lavorare a un progetto che avesse una sua anima, e che trattasse tematiche un po’ più attuali come l’isolamento, il futuro distopico, i lockdown… sono argomenti che vanno in profondità, e che fanno capire meglio la nostra identità a chi ci ascolta”.

Qualche anticipazione sui vostri progetti futuri?

“Stiamo già lavorando al prossimo progetto! Il prossimo disco parlerà più di condivisione e di amore, con pezzi un po’ più morbidi. Finora non abbiamo parlato di questo tema; in un certo senso, cambiando tema spingeremo l’asticella ancora più in alto. Seguiamo molto l’ispirazione del momento, rimanendo onesti in primis con noi stessi e poi con la piccola fanbase che abbiamo”.