La sesta sessione plenaria del comitato centrale cinese

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Si terrà a Pechino tra l’8 e l’11 novembre la sesta sessione plenaria del diciannovesimo comitato centrale del partito comunista cinese

Di: Lorenzo Bossola

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Secondo l’agenzia di Partito Xinhua, tra l’8 e l’11 novembre si terrà a Pechino la sesta sessione plenaria del diciannovesimo comitato centrale del partito comunista cinese

I membri del comitato centrale si riuniscono generalmente ogni anno per discutere di alcuni aspetti cruciali del futuro della Cina e del Partito. Le sedute di apertura e di chiusura sono tenute nella Grande sala del Popolo in piazza Tiananmen sotto i riflettori parziali del mondo. Il vero incontro, invece, si tiene nell’oscurità del blindato hotel jingxi (京西兵官). Nessuno del mondo esterno sa cosa avviene all’interno fino a che non viene pubblicato un report con gli argomenti discussi. Come vengono condotti gli incontri, i toni e il contenuto dei discorsi e i giochi di potere sono solo ipotizzabili ma mai veramente verificabili.

Narrazione

Nonostante la segretezza delle sessioni plenarie, il Partito attorno ad esse ci costruisce la propria narrazione ufficiale. Per esempio, durante la famosissima (per gli studiosi di CIna) terza sessione plenaria dell’undicesimo comitato centrale del dicembre 1978 il Partito iniziò il distacco dal maoismo inaugurando l’era del nuovo paramount leader Deng Xiaoping (邓小平) e l’epoca dell’apertura e delle riforme. Quindi ad alcune di esse si assegna un tema generale che serve da guida. La sessione plenaria del 2020 era incentrata sull’economia; infatti, l’ha seguita di pochi mesi l’ufficializzazione del quattordicesimo piano quinquennale (2021-2025).

Il tema dell’incontro di quest’anno è stato svelato lo scorso 31 agosto da Xinhua. Sarà suddiviso tra le “domande sull’esperienza storica del partito” e sul “resoconto dei 100 anni di lotte”.  

Sesta sessione plenaria

Come si evince dagli argomenti, la sessione plenaria di quest’anno è straordinariamente importante. E lo è sia per il Partito che per l’attuale segretario generale Xi Jinping (习近平), eletto nel 2012 e rieletto nel 2017. Sarà dunque l’ultima prima del nuovo comitato centrale nel 2022.

L’operato di Xi Jinping

Nel 2018, Xi Jinping ha eliminato il limite di due mandati di cinque anni alla segreteria generale interrompendo una norma che aveva ristretto il tempo di potere dei suoi due predecessori Hu Jintao (胡锦涛) e Jiang Zemin (江泽民). Quest’ultimo, in realtà, è rimasto in carica per circa 13 anni per questioni di passaggi di potere legate anche al massacro di piazza Tiananmen del giugno del 1989. Quindi sarà l’ultima sessione plenaria prima che il nuovo comitato centrale elegga il nuovo segretario generale.

Il “centralismo democratico” del comitato centrale non è mai stato attaccato da Xi Jinping e quindi dovrà passare attraverso esso. Dovrà, cioè, cooptare più membri possibili per essere rieletto per la terza volta. Gli osservatori internazionali guaderanno con attenzione al testo del report finale per carpire qualche indizio se gli umori del Partito sono ancora “armoniosamente” pro Xi o qualche voce contraria si è fatta sentire. La sessione plenaria di quest’anno sarà anche “tribunale” finale per il suo operato pragmatico e ideologico.

Negli ultimi cinque anni, Xi ha alzato la posta promettendo una vita migliore, sotto molteplici aspetti, a centinaia di milioni di cinesi. La pandemia e il rallentamento della cresciuta economica possono aver giocato contro le sue promesse, spostando un po’ più in là il “bene promesso”. Sarà sotto esame anche la strategia di Xi Jinping in relazione ai giganti del settore privato. Da una parte ha promosso una campagna contro lo strapotere delle compagnie del big tech, come Didi o Tencent, per riottenere una parvenza di controllo, dall’altra, il governo non è intervenuto pesantemente per limitare i danni del fallimento multimiliardario dell’azienda immobiliare Evergrande.

Il Partito si è sempre posto, in particolare con Xi Jinping al potere, come guida del popolo. Non solo: come unico strumento che il popolo ha a disposizione per far sì che la Cina e il popolo cinese stesso ritornino alla gloria passata, ridiventando un grande stato all’avanguardia. Xi, governando in maniera sempre più personale, si è fatto carico in prima persona, inevitabilmente, di questa promessa e questa sessione plenaria dovrà “valutare” il suo operato.

Possibili pretendenti

Sarà un banco di prova anche per gli altri membri del Partito per conquistare un posto nel comitato permanente del politburo del prossimo comitato centrale o per altre cariche di massima importanza. Secondo gli analisti, due nomi su tutti spiccano come possibili pretendenti per un posto nel ristretto circolo dei potenti: Chen Quanguo (陈全国) e Hu Chunhua (胡春华). Il primo è l’uomo scelto dal Partito per sistemare le questioni delle minoranze etniche scontente. È stato segretario del Partito in Tibet dal 2011 al 2016, dove ha iniziato una serie di campagne di sicurezza per stabilizzare la remota regione. Visti gli “eccellenti” risultati, è stato promosso a segretario della provincia dello Xinjiang, nell’estremo occidente della Cina.

Sulla base della sua esperienza pregressa, ha iniziato una massiccia operazione di sicurezza per controllare il territorio e gli abitanti di etnia Uiguri. Il secondo, è l’attuale vice premier (dal 2018) e ha lavorato per buona parte della sua carriera in Tibet. Grazie alla sua lealtà e vicinanza all’ex segretario generale Hu Jintao (provengono entrambi della lega della gioventù comunista) pareva essere destinato ad un posto nel comitato permanente del politburo già nel 2017. Per questo motivo, gli analisti si aspettano una sua mossa.

“Risoluzione sulla storia”

Il tema della sessione di quest’anno e l’importanza per Xi Jinping del sesto plenum fanno intuire che avverrà una revisione della storia cinese dalla fondazione del Partito. Secondo la media company Duowei News , la cui sede si trova a New York ma di proprietà di un magnate di Hong Kong, il Partito si appresta a formulare la terza “risoluzione sulla storia” (历史决议).

La prima delibera avvenne nel 1945 quando Mao Zedong (毛泽东) utilizzò questo espediente retorico per rafforzare la propria leadership e per eliminare i suoi rivali politici. La seconda avvenne nel 1981 con la presa di posizione di Deng Xiaoping contro gli eccessi della Rivoluzione Culturale, esplicitamente incolpando proprio Mao. Secondo fonti anonime “a vicino nel Partito” di Duowei News la terza “risoluzione sulla storia” rimetterà in discussione argomenti complessi e controversi. Tra questi, il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale.

La speranza di Xi Jinping è quella di riuscire di rendere più istituzionale possibile la sua nuova versione della storia del Partito e della Cina. Solamente dopo il grande evento sapremo fin dove si spingerà con la sua “risoluzione”. Quel che sappiamo, invece, è che recentemente Xi Jinping ha reso obbligatorio studiare nelle scuole il suo pensiero. Un tentativo per elevarsi a figura storica primaria al pari del timoniere Mao.

Gli ultimi anni di segreteria generale, secondo alcuni analisti, ci indicano che probabilmente Xi non voglia attuare una nuova “rivoluzione” in sede al Partito o nel paese; piuttosto, sembra voler continuare, fino alla fine, la sua personale lotta per creare una Cina meno corrotta, stabile, ringiovanita e protagonista sulla scena mondiale. La narrazione che uscirà da la sesta sessione plenaria sarà quella che indirizzerà la Cina e il Partito nell’immediato futuro.

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